Elisabetta Sgarbi regista. Mani avanti al Torino Film Festival 2015. Perché la “betty wrong” ferrarese, oramai da qualche giorno ex direttrice editoriale di Bompiani, ora imbarcatasi da timoniere sulla sua Nave di Teseo, è sotto la Mole unicamente per presentare Colpa di Comunismo: un semplice denso ed efficace documentario su tre signore rumene in cerca di lavoro. Scarne le considerazioni sul traghettamento dei marinaretti Umberto Eco, Sandro Veronesi e Michael Cunningham verso nuovi lidi (“Sarà una grande avventura, l’importante è vivere con passione tutto quello che si fa”), ma nemmeno un fiato sulle fresche e focose dichiarazioni di Marina Berlusconi (“la Sgarbi chiedeva di acquistarsi Bompiani”): pena qualche inattesa e colorita disapprovazione.

Qui si parla, si osserva, e al massimo si cerca di capire qualcosa in più della “marginalità” di tre coraggiose e decise marinaie che dalla Romania hanno fatto scalo nelle Marche e infine nel Polesine, a Polesella, per ottenere, più che un lavoro, una mansione, o ancora meglio: il pagamento (giusto) per le proprie ore di lavoro. Davanti alla macchina da presa non viene mostrata ed esibita la miseria che di fondo non c’è. E non siamo nemmeno dalle parti della cieca disperazione delle richiedenti occupazione. Perché Colpa di comunismo porta con sé l’eventualità di un supporto economico e finanziario che serve prima di tutto alle tre donne per aiutare parenti e figli in Romania. Scansato il melodramma, elusa una recitazione da rotocalco delle rumene, che non sono attrici e che semplicemente si sono fatte riprendere dalla cinecamera della Sgarbi mentre compivano i gesti che avrebbero comunque compiuto (“Posso filmare?, “risulto invadente?”, avrebbe chiesto loro la Sgarbi), sul grande schermo del Concorso TFF si dipana una storia ridotta all’osso, fatta di dialoghi essenziali, di bevute di caffè, di scambio di opinioni appena accennate, di una comunità di stranieri in Italia che si dimostra incredibilmente organizzata e integrata fortemente al tessuto sociale ospitante. Lo sguardo dell’autrice eleva così la pauperizzazione della messa in scena a cifra espressiva, senza spingere il soggetto rappresentato a falsificare la propria singolarità.

“Per ragioni personali e familiari ho frequentato recentemente il mondo delle badanti”, spiega a FQMagazine la regista. “Mi sono sempre chiesta quanto fossero consapevoli queste donne della loro importanza all’interno delle famiglie in cui prestavano servizio”. “Micaela Istrate, Ana Turbatu ed Elena Goran non sono state minimamente indirizzate nelle espressioni e nella parole da dire. Hanno compiuto i gesti che volevano compiere e io le ho riprese, come del resto ho seguito la storia che si conclude senza che le tre donne ottengano un lavoro”. Scorrono le sequenze quotidiane: le funzioni della chiesa ortodossa, stralci di trasmissione su canali tv rumeni, la dimensione di provincia nella bassa ferrarese dove le donne finiscono per chiedere aiuto, ma soprattutto la crisi economica che ha colpito l’Italia e si riverbera anche sulle protagoniste. Senza dimenticare che la battuta che dà il titolo al film, Colpa di comunismo, detta da un attempato signore rumeno, marito di un’altra donna da parecchio in Italia e in grado di ospitare le tre protagoniste a casa sua nel Polesine, sta a significare una sorta di rimpianto, di bel tempo andato “dove tutti avevano un lavoro e una casa”.

Poi il comunismo è caduto, è fallito, e il caos si è impossessato di parecchi stati dell’ex orbita sovietica. “Ci piaceva l’espressione detta per caso da Alin”, racconta la Sgarbi. “Poi chiaro che qui significa “responsabilità” del comunismo che non c’è più e di una concorrenza libera che ha portato i protagonisti a vivere una crisi economcia. Sono dispiaciuti di qualcosa che si è perso. Questa comunità è molto orgogliosa della propria storia e nazione”. Budget tra gli 80 e i 100mila euro, Colpa di Comunismo uscirà in sala a febbraio grazie ad Istituto Luce e verrà visto qui a Torino anche delle sue più o meno volontarie protagoniste: una macchina andrà a prendere Micaela, Ana, ed Elena per portarle alla prima del festival. Sempre che non siano sopraggiunti nuovi impegni di lavoro.