“Appare evidente che il legislatore abbia voluto, con la modifica introdotta, prevedere che un eventuale pericolo di reiterazione della condotta delittuosa debba sussistere nell’attualità, ossia al momento della valutazione del giudice”. Poche parole in linguaggio ostico, giuridico, ma chiare quelle con cui il giudice per le indagini preliminari di Bologna Letizio Magliaro il 31 agosto scorso comunicava alla procura di Bologna perché, anche in base alla nuova legge sulla custodia cautelare votata dal parlamento ad aprile, rigettava la richiesta del carcere per quattro cittadini marocchini. Gli stessi che successivamente, lunedì 23 novembre, sono stati espulsi dal ministro degli interni Angelino Alfano per motivi legati alla “sicurezza dello Stato” (di seguito la pagina dell’ordinanza).

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La legge (votata anche dal Nuovo centrodestra dello stesso Alfano) è stato uno degli elementi che ha portato a evitare la galera e lasciare in libertà Abdelali Bouirki, Abdelkrim Kaimoussi, Mourad El Hachlafi e Said Razek. Secondo quanto riportato nell’ordinanza del Gip, da un esame della documentazione sequestrata in una perquisizione del 2012 “emerge con chiarezza” che i contenuti fanno riferimento all’incitamento e al sostegno “alla cosiddetta jihad”. Un incitamento dalle connotazioni “sicuramente inquietanti”, che si concretizza “in inviti alla guerra santa, al martirio personale, all’annientamento dei nemici dell’Islam”. Un incitamento che secondo il Gip “appare sicura manifestazione di fanatismo religioso islamista sul quale risulta poter attecchire l’attività terroristica”. Tuttavia, secondo il giudice, scaricare materiale da internet, detenerlo, trasmetterlo o consegnarlo ad altri, non è attività che può configurare il reato, per cui i quattro erano stati indagati, di “addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale“.

Ma anche se agli indizi fosse stata data una valutazione diversa, secondo il giudice non sarebbe stato comunque possibile far scattare le manette. Il pericolo di reiterazione del reato dopo la riforma, secondo il gip, “deve assumere le caratteristiche della concretezza e anche della attualità, requisito quest’ultimo introdotto con la novella legislativa della legge 47/2015”. Siccome, nel caso in questione, le perquisizioni risalivano a oltre tre anni prima, mancava la “attualità” del pericolo che si reiterasse il reato (cioè il presunto addestramento), come richiesto dalla nuova norma sulla custodia cautelare. La stessa interpretazione della nuova norma era stata data qualche giorno fa dalla Procura di Trento che aveva lasciato liberi 7 dei 17 presunti jihadisti arrestati dai colleghi di Roma: anche per i pm trentini non era possibile ricorrere al carcere in presenza di indizi non attuali. Una legge contestatissima da molti magistrati: “Rischiamo di non poter mai più ricorrere alle misure cautelari al di fuori dei casi di flagranza o dell’immediata minima distanza temporale dei fatti”, spiegò il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone.

Ma secondo alcuni degli avvocati che nell’indagine difendevano i quattro espulsi, nella vicenda di questi giorni ci sarebbero anche altri paradossi. “Il mio assistito tre mesi fa è stato regolarizzato e ha avuto il rinnovo del permesso di soggiorno. È stravagante che oggi con provvedimento del ministro dell’Interno espelliamo un soggetto a cui tre mesi fa la Questura diede il permesso di restare”, ragiona l’avvocato di Razek, Donata Malmusi. “Le cose sono due: o ci siamo tenuti dei terroristi in casa, oppure quello del ministro mi sembra un provvedimento affrettato. L’indagine della Procura stava morendo: queste persone vengono espulse sulla base di documenti raccolti dalla procura nel 2012”, conclude Malmusi. Sorpreso dalla rapida espulsione dei quattro è anche Roberto D’Errico, avvocato di Kaimoussi: “Conosco questa persona da parecchi anni e mi è sempre sembrata una persona normale. Ho sempre capito che fosse un uomo legato alla sua religione, ma niente di più. Era in Italia dalla fine degli anni Ottanta con un regolare permesso”.

I parenti degli espulsi difendono a spada tratta i loro cari: “Siamo qui per lavorare e vivere, non per farci esplodere”, ha detto al Corriere di Bologna il fratello di Mourad El Hachlafi. “Viviamo qui dal 1999, mio fratello ha un diploma di perito meccanico, l’ha preso con il massimo dei voti. Ma quale jihad, io ho sposato un italiano e mio fratello torna in Marocco solo per vacanza”, ha detto la sorella di Bouirki allo stesso giornale.