“Non è rabbia. E non deve essere paura: Valeria non ci perdonerebbe mai se fossimo spaventati e dunque ora restassimo fermi. Nel suo nome, la nostra sfida deve essere quella di non smettere mai di provarci, per riuscire a cambiare le cose”
(Dario Solesin, 25 anni, fratello di Valeria)

C’è chi in questi giorni sta lavorando al debunking dell’informazione, come ci racconta Valigia Blu chiedendo che lo si faccia anche dalle nostre parti. E ce ne sarebbe davvero molto bisogno.
Cos’è il debunking? È il mettere in dubbio, il demistificare, lo smascherare bufale.

Quindi per fare debunking dell’informazione si deve, prima di tutto, fare un debunking della propria testa. Demistificandola, verificandone il grado di obiettività o quanto meno – condizione necessaria per un professionista dell’informazione – la capacità di mantenere il necessario grado di obiettività anche in caso di partigianeria. 
Perché non si può non essere nettamente e totalmente contro chi mette bombe a Parigi, Beirut, Nairobi, Tel Aviv, Baghdad o Kabul. Ma allo stesso tempo chi fa informazione deve mantenere la necessaria lucidità per essere corretto, e per dare quel pezzo di analisi in più che è necessario per approfondire o capire una notizia. Per andare oltre, senza lasciare indietro, le emozioni.

Attacchi Parigi, il mondo ricorda le vittime

I media non riescono quasi mai a mettere insieme pancia e cervello, emozione e riflessione. Eppure è questo che dovrebbero fare. È questo quel che han fatto i grandi inviati e i grandi giornalisti e che adesso non si fa più. Un freddo numero (10, 100, 300 morti) non è comprensibile se non è legato ad una storia, ad un racconto, a una immagine (scritta o visual che sia). Ma altrettanto non fanno capire nulla né le immagini né i commenti (da quelli più soft per finire con “bastardi islamici”). Entrambi sono modi sbagliati di utilizzare le notizie che arrivano alle redazioni. Perché inutili e più o meno dannosi.

Quel che ci vorrebbe, da parte di chi fa informazione, sarebbe uno sforzo di “neutralità”. Che non vuole dire non avere opinioni personali, quello è impossibile. Vuole dire sforzarsi per far comprendere quel che accade.

Ma la neutralità e l’obiettività in guerra sono pericolose. Chi è neutrale o obiettivo viene visto come nemico da questa parte del fronte e come amico dall’altra: una posizione decisamente scomoda.
Eppure chi fa informazione, ha dei doveri. Per chi fa informazione esiste una deontologia. Non a caso siamo, o dovremmo essere, dei professionisti: qualifica che ci distingue – o ci dovrebbe distinguere – da chi si limita a farsi un blog o a postare sui social network.
Esattamente come gli altri professionisti, come gli avvocati, i notai, i magistrati, anche i giornalisti dovrebbero – mantenendo le proprie opinioni – essere neutrali.
Come i medici. Che giurano (come fece Ippocrate) di curare tutti indipendentemene dalla loro etnia, religione, opinione politica.

Forse non è un caso che in questi giorni sia ripartita la canea contro Emergency, associazione che per statuto cura le vittime della guerra e della povertà e che per statuto si impegna per diffondere cultura di pace. E che, come diceva la sua Presidente Teresa Sarti, lavorava per diventare inutile. E cioè perché lo strumento della guerra fosse eliminato dalla cassetta degli attrezzi dei più o meno potenti del mondo.

Emergency che fa? Dice delle cose ovvie e banali. E per questo viene additata come organizzazione anti-occidentale (da Fabrizio Rondolino, ex D’Alema boy), come complice dei terroristi. Dice le stesse cose che dice Hilary Clinton (l’Isis è un mostro che abbiamo creato noi) o che dice Tony Blair (la guerra all’Iraq è stata un errore, da lì è nata Daesh). Dice che la guerra che abbiamo accettato di fare dopo l’11 settembre 2001 non ha risolto nulla, ha solo peggiorato la situazione. Dice che ha causato la perdita di milioni vite umane (civili: donne, bambini, anziani, uomini innocenti), ha distrutto civiltà, infrastrutture, economie. Che ha portato miseria. 
Tutti risultati utili non già a sconfiggere il terrorismo, ma anzi ad alimentarlo.
Dire che sono quasi 15 anni che gettiamo benzina sul fuoco con una guerra inutile e assassina è essere anti-occidentali? Allora chi ha ancora un barlume di lucidità dev’essere classificato – secondo i vari Frondolini – come tale.

Il perché costoro se la prendano in particolare con Emergency è chiaro: perché quella associazione, la sua Presidente, il suo fondatore e tutti i suoi volontari, hanno molto più di altri la capacità e la potenza comunicativa per spiegare e dire l’ovvio: la guerra è merda, e non è con la guerra che si risolvono i problemi, ma anzi. E perché riuscire a spiegare l’ovvio ad una popolazione composta per l’80 percento di analfabeti funzionali è pericoloso, per il potere.

Se c’è invece una cosa che va rimproverata a Emergency è proprio l’opposta. Avendo quella capacità comunicativa, quella grande empatia con tanta parte del Paese, avrebbe il dovere di fare di più in un contesto così pericoloso e drammatico quale quello in cui siamo: non limitarsi a qualche apparizione televisiva o a qualche post sui social (che è sempre meglio che nulla), ma assumersi più responsabilità e fare davvero ogni sforzo possibile per diventare inutile.

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