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E’ il mese di novembre e si ricomincia con il marketing che usa il brand della lotta contro la violenza sulle donne per ricominciare a sparare cifre inaffidabili, teorie ancora più inaffidabili, accuse contro chiunque mostri un po’ di senso critico attorno a quel fenomeno e contro chi vorrebbe innanzitutto un approccio culturale e mai giustizialista a prevenirlo e superarlo. E’ il mese in cui parlare di violenza delle donne suona come una bestemmia e in cui sull’altare del pianto delle sante donne ci sono quelle che parlano di crimini familiari unicamente come crimini di uomini assassini e violenti. Perciò vorrei ricordare, giusto per affrontare la questione con un minimo di obiettività e onestà intellettuale, che è giusto parlare di violenza sulle donne ma non è giusto farla diventare un pretesto per negare altre violenze che pure avvengono. Mesi fa dedicai un post ai bambini uccisi da genitori, donne e uomini. Con il passare dei mesi la cifra dei bambini uccisi è aumentata e a ucciderli sono stati ancora genitori, madri e padri. Si piange spesso un bambino ucciso da un padre. Quel che non si fa tanto spesso è dedicare un ricordo a bambini uccisi da una madre, perché in quel caso si parla di lei, vittima, e molto meno del figlio. Ho così voluto immaginare una lettera scritta da un padre al figlio ucciso dalla moglie. Quel che scrivo è poi così falso o in qualche modo c’è chi si riconosce nel testo della lettera? Perciò ecco:

Caro figlio,
sono io, mi conosci, perché spesso hai sentito il mio calore e io ho ascoltato il tuo respiro, osservandoti con attenzione, talvolta per una notte intera. Così preoccupato di quel che altre persone, a noi estranee, avrebbero potuto farti. Con le difese ridotte al minimo ogni volta che era lei a prendersi cura di te. Quando mi hanno detto della tua morte non potevo crederci. Per un attimo ho pensato ad uno scherzo macabro, poi ho capito che era tutto vero e all’improvviso ho ricollegato ogni cosa, piccoli segnali, quelli che avrebbero dovuto mettermi in allarme, anche se in realtà io li avevo tenuti in considerazione pregando lei di farsi aiutare. Era difficile per me, costretto a lavorare tutto il giorno, sostituirla con la cura del bambino. Le avevo chiesto perfino di farsi aiutare da mia madre ma lei, gran testa dura, non ha voluto saperne. Il figlio è mio e lo gestisco io, così suonava quella strana e cinica parodia dell’altro slogan femminista. Peraltro il mondo intero dice che la mamma non farebbe mai del male al proprio figlio. Questa errata convinzione ha su chiunque, me compreso, un effetto anestetizzante. Perciò la tua morte violenta è stata per tutti una sorpresa.

L’aveva sempre detto, lei, che tu gli appartenevi. Mi minacciava, spesso, quando ero a corto di pazienza, del fatto che, se solo pensavo di lasciarla, lei non mi avrebbe più fatto vedere te, mio figlio. Eppure ero paziente, non ho mai detto nulla che potesse far pensare ad un mio abbandono. La amavo, dopotutto, e cercavo di capirla giacché non mi sarei mai sottratto a obblighi e responsabilità. Non so quale delirio lei stesse inseguendo o quale paranoica idea l’abbia resa così tanto propensa a farsi del male. Non so perché quel male lei poi lo abbia trasferito su di te, così indifeso.

Vedi, mio caro, agli uomini non è permesso piangere in pubblico e non è neppure permesso mostrarsi poco comprensivi nei confronti di una moglie che ha ucciso il suo unico bambino e poi si è uccisa. Quando è un papà a uccidere un figlio la madre sente l’esigenza, ovvia, di gridare al mondo il dolore che deriva da quella grande ingiustizia. Ma ad un padre, invece, non è consentito mostrare altro che totale comprensione. Non può ribellarsi quando i media descrivono quella donna come malata, perfino sola. Non può reagire mentre tutti dicono che lei era tanto una brava mamma. Comunque vuoi metterla la colpa è sempre mia. Mia perché l’ho lasciata sola. Mia perché lei era malata e io non l’ho capito in tempo così da toglierle la possibilità di farti del male. E anche se quel tempo ci fosse stato chi mi avrebbe mai creduto? Chi avrebbe accettato che quel bambino fosse affidato alle mie cure? Nessuno. Sarei stato colpevole se ti avessi ucciso con le mie mani e sono considerato colpevole anche se ad ucciderti è stata lei, tua madre.

Mi hanno anche tolto il diritto di sentirmi leso perché in cuor mio ho sempre pensato che anche lei, donna, fragile, vittima, indifesa, fosse una mia responsabilità. Così sono qui a massacrarmi di sensi di colpa. Se io avessi lavorato meno, se solo io avessi fatto una telefonata, quel giorno, per chiederle qualunque cosa, e se avessi chiesto a mia madre di passare a trovarla. Così non è per una donna, una madre, che non si pone mai alcun dubbio. Se fossi stato io a uccidere quel bambino lei avrebbe messo a tacere i suoi sensi di colpa scaricando a me tutta la responsabilità. A me, a mia madre, alla giustizia, allo stato, alla nazione. Avrebbe detto che, no, non ero malato ma solo crudele, perfido, vendicativo nei suoi stessi confronti. Avrebbe detto che un delitto del genere è solo frutto di totale assenza di empatia e ragione. Io non posso dire la stessa cosa. Non posso fare a meno di leggere negli sguardi di chi mi osserva, lungo il percorso che state tracciando tu e tua madre dritti fino al cimitero, un’accusa a me rivolta, insensata, ingiusta, ancor più crudele perché il chiacchiericcio dice che se lei l’ha ucciso devo essere stato io che l’ho portata ad una simile disperazione.

Chissà cosa le ha fatto quel marito che si ritrovava, sento dire a una perfetta sconosciuta. Chissà come la trattava male, forse la rinchiudeva in casa, sola, con quel bambino e lei è impazzita. Sono queste le cose che vorrebbero dirmi alcune persone al seguito delle due bare. E io incasso il pugno e mando giù le lacrime perché un uomo non piange e si assume il doppio delle responsabilità che chiunque altra avrà da assumersi. Tua madre, devo dirlo, è stata irresponsabile, vittimista, e so che è duro sentir parlare così di una che interpretava il santissimo ruolo della madre. Rispetto il dolore della sua famiglia ma l’omertà non aiuta e io so che non ti riavrò indietro, bambino mio, ma voglio prendermi il diritto di piangerti, di fare in modo che il prossimo padre che subirà questa ingiustizia potrà piangere e non sentirsi in obbligo nei confronti di un’assassina. Ecco, l’ho detto. Tua madre è un’assassina e l’unica volta in cui ho sentito altri chiamarla così è stato da parte di un ufficiale che si è occupato di quanto era accaduto. L’ha detto sottovoce, quasi vergognandosi di usare quel termine nei confronti di un’infanticida. L’ha detto mentre la mia vita veniva messa sotto inchiesta perché per un po’ hanno perfino sospettato che fossi stato io ad averti ucciso. Ad aver ucciso te e tua madre.

“Queste sono cose che fanno gli uomini” – mi disse un tale che chiedeva ogni dettaglio su quel che avevo fatto nelle ultime ore. Così ho saputo che c’è chi cerca prove per incolpare il carnefice più plausibile invece che tentare di capire dove sta la verità. Il modo in cui un crimine viene percepito cambia a seconda di chi lo commette, ecco tutto. Io avrei detto che sono orrori dei quali sono responsabili le persone. Non avrei mai detto che si tratta di cose da donna. Ma tu, a quanto pare, saresti stato considerato un po’ più vittima, invece che una specie di effetto collaterale delle azioni di una donna malata, solo se fossi stato io a ucciderti. Non puoi immaginare la rabbia che ho dentro, non immagini quanto io mi senta triste, perché per quanto io non ti abbia avuto per nove mesi dentro l’utero, per quanto io ti abbia allattato solo al tempo del tuo primo biberon, io ci sono sempre stato, per lei e per te, e tu eri mio figlio. Ti lascio queste parole vicino ai fiori e al piccolo cane di peluche che ho portato oggi a rallegrarti. Mi manchi. Tanto.

Tuo padre