E’ morto nella sua casa di Amburgo Helmut Schmidt, cancelliere della Germania federale dal 1974 al 1982. Aveva 96 anni. Lo hanno annunciato i medici che lo avevano in cura all’agenzia di stampa tedesca “Dpa”. L’ex politico del Spd era stato operato agli inizi di settembre per un trombo ad una gamba, ed era stato dimesso dall’ospedale “per suo desiderio”, come affermato dai medici in quella occasione. Aveva fatto notizia, come al solito, il fatto che, nonostante tutto, gli fosse consentito dai medici continuare a fumare. Lascia la compagna degli ultimi anni, Ruth Loah, e la figlia Susanne.

Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha espresso il suo grande cordoglio per la morte dell’ex leader socialdemocratico. Schulz lo ricorda come “cancelliere eccezionale, grande e battagliero europeo, e un uomo che ha dato un’impronta alla socialdemocrazia in Germania e in Europa come quasi nessun altro”. La sua morte è una grave perdita per la Germania e l’Europa, conclude Schulz.

Schmidt si definiva “auser Dienst”, perché come politico era ormai “fuori servizio” dagli anni ’80. Ma da questa posizione ha continuato a essere un punto di riferimento per il dibattito pubblico del suo Paese, e dei socialdemocratici in particolare, per decenni. Come ricorda l’Ansa, che ne tratteggia un profilo, il politico continuava a essere molto attivo. Scriveva e parlava – interviste, convegni, decine di libri (nel penultimo, “Quel che volevo ancora dire”, aveva rivelato un tradimento dell’amatissima moglie Loki, sollevando anche critiche) – senza mai smettere di fumare. Si rivolgeva al Paese come un padre, di fatto, ma a conquistare tutti era il tono dell’amico comprensivo, che conosceva difetti e virtù della nazione, mettendola sempre in guardia.

In un libro-intervista firmato con Giovanni di Lorenzo, Schmidt, che vedeva nell’Olocausto l’eredità che “pesa sulla psiche” dei tedeschi, aveva detto chiaro e tondo – era il 2010 – di temere che la forza economica congiunta alla dimensione numerica del Paese potesse “sedurre” i suoi concittadini, “portandoli a deviare verso l’arroganza e il desiderio di dominio”. “Quello che non vorrei è una Germania come grande potenza”, aveva provocatoriamente scritto.

Socialdemocratico dell’ala moderata, nato nella città anseatica da due insegnanti il 23 dicembre 1918 – fu anche un pianista di talento – partecipò alla Seconda guerra mondiale, si laureò in Economia nel dopoguerra ed entrò nell’Spd nel 1946. Senatore dell’Interno del Land di Amburgo dal 1961 al ’65, fu poi Ministro della Difesa del governo di Willy Brandt.

Il datagate (affaire Guillaume) che portò alla caduta del governo del grande cancelliere dell’Ostpolitik, fu l’accesso alla guida del Paese per chi come lui rappresentava una linea più moderata del progressismo del predecessore. Di fronte alla congiuntura economica difficile, gli elettori si allontanavano dalla spinta socialista di Brandt e Schmidt adottò una politica di austerità, riducendo la spesa pubblica contro l’inflazione, favorendo l’economia privata e ridimensionando la presenza dei cosiddetti Gastarbeiter.

Gli storici parlano di quel periodo come un nuovo miracolo economico tedesco, nonostante la crescita della disoccupazione. La sua leadership fu segnata poi da una serie di misure repressive per contrastare la Rote Armee Fraktion: schedature, intercettazioni, fino all’esclusione dal pubblico impiego dei simpatizzanti dell’estrema sinistra. Il successo del Modell Deutschland, su scala internazionale, permise a Schmidt di accedere al secondo mandato come cancelliere, nonostante l’Spd perdesse qualche punto nel ’76. Con i liberali di Genscher formò il secondo governo, segnato dall’intensificarsi del pericolo terrorista. Risale a questi anni il dirottamento di un aereo Lufthansa ad opera dei terroristi palestinesi: chiedevano il rilascio del gruppo Baader-Meinhof.

L’antiterrorismo salvò passeggeri ed equipaggio. Nel 1982 l’esecutivo fu messo però in crisi dall’FDP, che percependo l’ostilità elettorale nei confronti della coalizione soprattutto a causa della disoccupazione passò ad un’alleanza con la Cdu. Fu la fine della politica attiva e l’inizio di un percorso di avveduto ‘accompagnamento’ del Paese, volutamente dalla ‘seconda fila‘.