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Si può imparare dai propri errori? Certamente sì, a patto di riconoscerli tali.

L’anno scorso – sabato 17 maggio, nel rush finale per le elezioni europee – ero come al solito davanti a un’edicola per fare il quotidiano pieno di carta stampata.

Mi precede un signora che chiede il Manifesto; testata indicativa di una precisa collocazione nel campo politico da parte dell’acquirente; non certo simpatizzante per i destrorsi. Eppure quella si volta, mi riconosce (forse per qualche comparsata nelle televisioni locali) e dice: “Spero che vinca Renzi”.

Sono stupefatto all’accoppiata a dir poco indebita organo di stampa/scelta elettorale; e lo lascio intravedere. Quella prova a spiegarsi: “Grillo mi fa paura”.

Erano i giorni in cui il personaggio-immagine dei Cinquestelle si aggirava per piazze e televisioni rifacendo sturmtruppen: “Arrendetevi!”, “siete circondati”, “siete morti”.

Poi sappiamo come è andata: il Partito Democratico che doppiava il M5S (40,81% a 21,16), con relativa incoronazione di un premier mai votato personalmente dagli italiani e il via libera alla sua opera restaurativa in senso reazionario; in un mix che assembla il peggio della tradizione politica italiota: la comunicazione a reality mendace di stampo berlusconiano, il decisionismo craxiano, il costituzionalismo piduista, il cinismo democristiano e la salsiccia con piadina nelle Feste dell’Unità.

Un vero disastro: l’autogol per chi prometteva la liberazione della politica dall’indebita occupazione da parte del ceto politicante e affaristico, la frustrazione in chi lo aveva sperato. Fatto sta che la storia sembra ripetersi anche nel decisivo appuntamento romano odierno. Una situazione favorevolissima, per cui l’amico direttore di una rivista della capitale a cui collaboro da quarant’anni, che sino a ieri mi imputava un eccesso d’acquiescenza nei confronti dei ragazzi pentastellati, ora manifesta il suo orientamento a votarli. Ma ecco – sul più bello – che Grillo riattacca con il terrorismo verbale: “Una cura lacrime e sangue per Roma”, “se governeremo, ci saranno effetti collaterali pesanti”… Se l’intendimento è quello di invertire la tendenza per non vincere, lo si dica chiaramente. Lo si dica che il disegno è quello di restare una pur importante minoranza per non doversi confrontare con le responsabilità di governo (e mantenere il controllo del giocattolo, che potrebbe essere sottratto al duo di attempati Saturno che si fanno i figli e se li mangiano). Si dica che per le scarse capacità analitiche e progettuali della cabina di regia del movimento (il fantomatico Staff) è molto meglio lo scenario di un Alfio Beautiful Marchini vittorioso, in nome e per conto della immane ammucchiata chiamata “Partito della Nazione”. Così da poter ricicciare all’infinito il repertorio dell’oppositore apocalittico. Lo si dica che il problema è quello di evitare che le seconde generazioni del Movimento tirino su la testa sovvertendo equilibri consolidati. Non a caso parrebbe che l’astro nascente Luigi Di Maio abbia subito una ridimensionata in quel di Imola. C’è una logica (seppure suicida) nel fatto che il golden boy Alessandro Di Battista non venga messo in pista nella competizione capitolina (dove sarebbe in pole position), per candidature mediaticamente poco spendibili; sulla base di rigidezze dottrinarie da Scientology (e come tali sottoposte all’arbitrio dei supremi sacerdoti).

Lo si dica, perché se un parte dei voti che stanno determinando l’ascesa del M5S derivano dall’appartenenza di stampo religioso perinde ac cadaver (e scopro che i Cinquestelle raziocinanti definiscono “thugs” i colleghi fanatizzati, come nei romanzi di Emilio Salgari), il salto di qualità lo assicura il consenso d’opinione; interessata moltissimo allo sblocco del quadro politico e per nulla ai vaticini della Sibilla lombarda Casaleggio o i mugugni cosmici di Grillo. Come ha scritto Flores d’Arcais nell’editoriale dell’ultimo numero di MicroMega, “il mood ideologico dei due, greve di ingredienti esoterico-reazionari”.

Questo è quanto mi conferma l’osservatorio ligure, con la gente di svariata provenienza che si avvicina al Movimento: dal vecchio piccista con tessera Uaar (l’associazione degli atei e agnostici), al funzionario pubblico consapevole che la giunta Toti rifà in peggio (se possibile) quella Burlando, l’operaio a rischio dell’Ilva che non si riconosce più in un sindacato ridotto a lobby.