«Il sacro è violenza», questo sembra essere il messaggio di René Girard, il noto e anche molto discusso antropologo francese, mancato ieri, che al sacrificio ha dedicato una trentina d’anni di studio e alcuni celebri opere come La violenza e il sacro e Il capro espiatorio. La sua analisi sull’origine dei riti e dei miti fondativi della violenza nella società, lo aveva reso talmente “popolare” da finire come fonte d’ispirazione perfino nei romanzi più letti al mondo. Tanto è vero che Daniel Pennac non fece mistero alcuno che il protagonista dei suoi primi romanzi, il noto Benjamin Malaussène che di professione faceva il “capro espiatorio” in un supermercato era nato dalla lettura di Girard.

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Le teorie di Girard si fondano su quella caratteristica umana che lui definisce «desiderio mimetico». Nel comportamento umano (così come in quello animale) si riscontra una dimensione imitativa, cioè una volontà di imitare il proprio simile. Un concetto, questo, che divenne una delle basi teoriche delle scoperte scientifiche sull’empatia e sui “neuroni specchio” da parte di Vittorio Gallese, Giacomo Rizzolatti e di Andrew Meltzoff. Girard sosteneva che il conflitto umano non è stato causato dalle nostre differenze, ma piuttosto dal nostro desiderio di “identicità”.

Tale atteggiamento è indispensabile all’uomo per diventare tale, per apprendere a parlare, a camminare, a conformarsi a delle regole, a integrarsi in una cultura. Ed è sempre per imitazione che desideriamo ciò che anche un altro desidera: donne, cibo, terra. Ecco nascere l’antagonismo che potrebbe portare a un conflitto all’interno di un gruppo, di una società. Come fare allora per evitare l’esplodere della violenza? La si incanala verso una vittima innocente, un capro espiatorio a cui attribuire tutti i mali e tutti i peccati del gruppo. Così facendo si nasconde, si mimetizza la violenza, operando un sacrificio. Un esempio? Il mito di Edipo: poiché ha ucciso il padre e si è accoppiato con la madre, gli uomini considerano Edipo responsabile della peste che si abbattè sulla città. Falso, dice Girard, gli uomini hanno bisogno di un colpevole per dare spiegazione a quella peste. «È per espellere la verità sulla violenza che ci affidiamo alla violenza» sostiene Girard, arrivando a sostenere che ogni ordine sociale, dal più primitivo al moderno, si fonda su questo sacrificio.

In questo modo si smarca da un certo atteggiamento, secondo lui eccessivamente politically correct, di tanti antropologi che, per una inevitabile solidarietà con le società da loro studiate, ne avrebbero taciuto o minimizzato la violenza legata alle religioni. Questo per condurre una sorta di campagna contro il cristianesimo e, di conseguenza, contro l’Occidente. I selvaggi non sarebbero quindi troppo buoni per Girard, non più buoni di noi. Le loro religioni, come tutte le religioni, sono intrise di violenza, anzi si fondano su di essa, lo rivelano i loro miti, dice. Ovunque «gli uomini uccidono per non sapere che uccidono. Uccidono per mentire agli altri e a loro stessi a proposito della violenza e della morte».

Di certo il personaggio era carismatico: negli Stati Uniti come in Francia i seguaci di Girard hanno dato vita a una sorta di setta con tanto di discepoli, traduttori e proseliti. I giudizi sulla sua opera sono assai controversi: per alcuni è uno dei più avanzati pensatori della nostra epoca, per altri Girard altro non sarebbe che un autore sorpassato che tenta di rivalutare il cristianesimo, che secondo lui sarebbe la sola religione ad aver riabilitato la vittima senza violenza. Anche l’islam lo fa, secondo Girard, ma in modo militante. I suoi martiri sono dei modelli da imitare nell’ambito di un progetto universale di conversione. I martiri, per i cristiani, muovono a pietà, sono figure che li accompagnano, ma non da seguire, non sono morti per essere imitati. La croce, sublimando in sé il martirio è il contrario, la fine dei miti violenti e arcaici.

Al di là delle possibili critiche di eccessiva adesione al cristianesimo, rimangono fuor di discussione l’importanza del pensiero di Girard, la fermezza delle sue posizioni e la sua coerenza nel cercare di declinare le sue teorie anche nella contemporaneità. Infatti, nel 2007, diede alle stampe un libro dal titolo Portando Clausewitz all’estremo in cui tenta di proseguire l’analisi dell’autore di Della guerra arrivando a concludere che oggi il mondo vive drammaticamente la contrapposizione violenta di due forme opposte di fondamentalismo: la Jihad islamista e la “guerra giusta” dell’Occidente contro “l’asse del male”. Di qui l’idea che la guerra moderna somigli sempre più ad “un inferno di dannati dove tutto è permesso” e ancora una volta René Girard fa esplicito riferimento alla Rivelazione dei Testi Sacri: la “fine della guerra”, intesa in senso tradizionale è per lui il presagio dell’Apocalisse.