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Con Pier Paolo Pasolini non si doveva per forza essere sempre d’accordo, ma all’epoca molti non ne compresero a pieno la grandezza. Ricordo le discussioni sorte nel momento della morte, quando non tutti ebbero la capacità di capire che il grande intellettuale era stato vittima di un complotto fascista e non mancò, chi anche all’estrema sinistra, sottolineava taluni aspetti discutibili della sua vita privata. Moralismo d’accatto, relativamente alla sfera più intima delle scelte sessuali, del quale erano all’epoca preda in molti. Ricordo anche le polemiche nate sulla sua ben nota poesia su Valle Giulia, quando si schierò dalla parte dei poliziotti proletari contro gli studenti “figli di papà”. Probabilmente non riuscì a capire molte cose, sulla natura del movimento studentesco, eppure forte e lungimirante fu il suo appello in difesa dei celerini mandati a picchiare ed essere picchiati per pochi soldi.

La sua morte fu probabilmente dovuta alle denunce che svolgeva, intervenendo sul Corriere della Sera e in altre sedi, e anche attraverso libri come “Petrolio”. Pasolini affermava di conoscere i nomi di autori di stragi e tentativi di colpi di Stato. Nomi che, a quarant’anni dal suo assassinio, sono ancora avvolti nell’ombra, tranne forse per qualche esecutore di basso livello. Lo stesso doveva avvenire del resto per gli autori e mandanti della sua morte della quale esclusivamente il giovane Pino Pelosi venne ritenuto responsabile.

Fu  un grande intellettuale. E lo fu anche nel momento di fare del cinema che fu un aspetto per nulla secondario della sua opera sconfinata e poliedrica. Ricordo l’emozione che provai nel momento di vedere, per la prima volta, le sue opere, da “Accattone” a “Mamma Roma”, dal “Vangelo secondo Matteo” al “Decamerone”, da “Porcile” a “Teorema”, da “I racconti di Canterbury” a “Medea”, dal “Fiore delle mille e una notte” a “Salò”. Emozione che provo ancora oggi quando le rivedo, magari su “Youtube” o noleggiando il dvd in Biblioteca.

L’opera di Pier Paolo Pasolini è stata anche e soprattutto cinematografica, data la sua versatilità ed intelligenza che gli fecero capire le grandi potenzialità del relativo strumento. E come grande regista è stato riconosciuto ovunque nel mondo. Non è un caso che uno dei più noti cineclub del Quartiere Latino, in  cui ho trascorso bei momenti negli anni Ottanta, è intitolato ad “Accattone”. Fu un grande intellettuale e un grande regista anche per la sua capacità di coniugare bellezza delle immagini e denuncia politica: dalla vita nelle borgate di Roma alla violenza del fascismo basata anche sulla dominazione sessuale. Una denuncia politica che non si limitava a forme didascaliche o aspetti contingenti ma andava a fondo dissezionando l’essere umano cogliendone aspetti e problematiche di carattere universale e quindi sempre attuali.

Per questi motivi, mi sembra assurda e speciosa la polemica che Gabriele Muccino, certamente un regista minore, anche se autore di qualche film non malvagio, ha voluto promuovere su Pasolini come uomo di cinema sostenendo che si trattava di “un regista senza stile, che ha impoverito il cinema”. Non sono in grado di valutare con precisione il contributo all’arricchimento del cinema dato da Muccino, ma mi pare che l’ordine di grandezza rispettivo possa essere grosso modo da mille a uno.

Quella che porta Muccino a polemizzare con Pasolini a quarant’anni dalla sua morte, è in fondo, una sorta di difesa corporativa dello specialismo cinematografico. L’accusa rivolta al grande intellettuale e regista di avere “sgrammaticato il cinema” non è solo infondata nel merito, ma reca il segno di una visione del tutto asfittica e inadeguata di quello che deve e può essere il cinema. Tema sul quale, come su altri, l’insegnamento di Pasolini appare ancora oggi di estrema e vibrante attualità.

Peraltro questa polemica è segno dei tempi. La difesa degli specialismi corporativi è parte integrante dell’attuale crisi culturale di fondo che stiamo vivendo. Su di un piano più generale, e, al di là di tale speciosa polemica, occorre essere consapevoli del fatto che l’Italietta di oggi è messa molto male anche perché sono andate in porto le manovre che Pasolini a suo tempo ebbe il coraggio di denunciare, pagando con la vita il suo coraggio e la sua intelligenza.