tavolo-bar

Seduto al tavolo di un bar, in un pomeriggio di tiepido sole autunnale. Leggevo la cronaca da un quotidiano, riflettendo sul concetto di ascarismo. I veri ascari (la parola in arabo significa soldati) furono militi indigeni nelle ex-colonie italiane che si distinsero in molte battaglie e morirono a migliaia sotto il comando dei nostri generali.

Gramsci usò il termine per parlare dei deputati delle maggioranze privi di un preciso programma o indirizzo politico: “In Parlamento diventò uno dei tanti ascari taciturniuna macchina per votare”.

Riflettevo su quel concetto, quando irruppe un personaggio con una folta e bruna capigliatura, e mi chiese: “Cosa legge? Le interessa l’ascarismo in politica? Ne avrei da dire…”.

Lo invitai a sedersi. L’uomo di mezza età scostò la sedia vuota per accomodarsi con garbo. Poi riprese il discorso: “Nel Mezzogiorno predomina ancora il tipo del ‘paglietta’, che pone a contatto la massa contadina con quella dei proprietari e con l’apparato statale. […] Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto ‘disciplinato’ con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini; misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli ‘intellettuali’ o paglietta, sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permessi di saccheggio impunito delle amministrazioni locali…”.

Mi permisi di interrompere l’uomo, “direi che dai tempi di Giolitti il numero dei “paglietta”, come lei li chiama, è aumentato: siamo pieni di meridionali che per dimostrare emancipazione culturale ed accreditarsi nelle sfere del potere, cantano come juke-box litanie antimeridionali…”

Annuì, e riprese, con un sorriso amaro: “Lo strato sociale che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale, diventava invece uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio di polizia privata. Il malcontento non riusciva, per mancanza di direzione, ad assumere una forma politica normale e le sue manifestazioni, esprimendosi solo in modo caotico e tumultuario, venivano presentate come sfera di polizia giudiziaria”.

Quelle parole mi dicevano qualcosa. Lo interruppi: “Ma lo sa che lei mi ricorda…”.

Riprese senza darmi tempo di proseguire: “Non bisogna dimenticare il fattore politico-morale della campagna di intimidazione che si faceva contro ogni anche obbiettivissima constatazione di motivi di contrasto tra Nord e Sud”.

Ero sul punto di forzare il suo discorso, pur interessantissimo, quando giunse un altro uomo dal viso inspiegabilmente noto. Salutò calorosamente l’uomo che mi stava parlando delle ragioni sociali dell’arretratezza meridionale: “Ciao Antò”. “uè Gaetà, come stai? Accomodati!”.

Cominciavo a decriptare la straordinaria esperienza che stavo vivendo, e mi misi incredulo a guardare quella scena gustosissima: “Di che parlavate?”. Tacqui, involontariamente scortese, guardando inebetito il signor Gaetano, soffermandomi mentalmente sul suo accento molfettese. Prima che l’altro rispondesse, cercai di riassumere: “…del servilismo prezzolato del ceto intellettuale meridionale, che frena lo sviluppo di questo territorio da decenni”.

“Ah…” poi riprese: “Come mai i deputati meridionali – che non sono certo minchioni – han lasciato per quarant’anni rovinare il loro paese? Come mai fu proprio un meridionale, il Crispi, a introdurre, nel 1887, le tariffe protezionistiche, rovinando l’agricoltura del Sud a vantaggio delle industrie del Nord? Come mai il Sud, che in grazia specialmente delle spese militari vede emigrare la sua ricchezza al Nord,  manda alla Camera deputati militaristi?”.

“Considerazioni attualissime, per analogia… poi abbiamo la criminalità, altro problema”, mi lasciai sfuggire.

I moderati del Nord hanno bisogno dei camorristi del Sud per opprimere i partiti democratici del Nord; i camorristi del Sud hanno bisogno dei moderati del Nord per opprimere le plebi del Sud”…

“Ormai la criminalità organizzata è transnazionale e poi, insomma, la colpa è di noi elettori…”

“Naturalmente, i deputati eletti da queste clientele fameliche non hanno bisogno di essere né uomini di ingegno, né uomini onesti, né figure politiche nettamente determinate. Tutt’altro. Per rispondere ai bisogni degli elettori bastano, anzi occorrono, degli sbriga-faccende qualunque, senza scrupoli, senza convinzioni personali e senza dignità. […] La sola domanda che il piccolo-borghese intellettuale e affamato si propone nell’atto di votare è “Il mio candidato è in grado di procurarmi l’impiego?” Oppure: quale tra i due candidati può ottenere il trasferimento per il commesso catastale, fidanzato di mia sorella, in modo che io mi possa sbarazzare al più presto di quest’altra mangiapane? […] La corruzione il Governo la fa, non solo permettendo la compera dei voti, ma distribuendo per mezzo del deputato ministeriale, impieghi, porti d’arme, grazie sovrane, condoni di imposte, sviamenti di processi etc.”

Ormai certo, venni allo scoperto: “Mi scusi, queste frasi le conosco bene. Le ho lette. Anzi, lei è Gaetano Sal…”. Avevo abbassato lo sguardo per prendere un blocco note dalla borsa e quando lo rialzai erano entrambi svaniti nel nulla. Erano loro: Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini. Due amanti del Sud e della verità sul Sud. Anche quella dura e scomoda…

Nota bene: 

Le frasi originali degli autori sono riportate in evidenza rispetto al resto del testo, frutto, invece, di invenzione. Quelle di Antonio Gramsci, in grassetto, sono tratte da: “Il Risorgimento e l’Unità d’Italia” – Donzelli Editore. Quelle di Gaetano Salvemini, riportate in corsivo, sono tratte da: “Il Sud nella storia d’Italia – Vol. II”, Universale Laterza e da “La questione meridionale”, Ed. Palomar.