“La ragione profonda che mi ha spinto a fare il film, io credo, è il vedere proprio ciò che oggi il potere fa alla gente. Cioè la manipolazione totale, completa che il potere sta facendo delle coscienze e dei corpi della gente”. “Salò o le 120 giornate di Sodoma” 40 anni dopo. Torna al cinema il 2 novembre, nel giorno della ricorrenza della morte di Pier Paolo Pasolini sul litorale di Ostia, l’ultima pellicola dell’artista maledetto, osannato e rimpianto del Novecento italiano che esordì nel gennaio 1976 e che fu subito censurata dalle autorità. Nelle 65 sale sparse per l’Italia (in alcune si potrà vedere anche per i restanti giorni di novembre) Salò verrà mostrato nella versione restaurata dal laboratorio de L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna a dal Csc per la durata di 116 minuti, preceduto dai cinque minuti de L’intervista sotto l’albero di Gideon Bachmann a Pasolini sul set del film, messa a disposizione dagli archivi di Cinemazero di Pordenone.

Fu il film dello scandalo e della censura, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”: anno 1975, produzione di alta fattura – Alberto Grimaldi per Pea -, cast tecnico di incredibile pregio (fotografia, Tonino Delli Colli; scenografia: Dante Ferretti; costumi: Danilo Donati; consulente musicale: Ennio Morricone) e uno script tratto dal celebre romanzo del Marchese de Sade proposto dal produttore Cesare Lanza su idea del press agent Enrico Lucherini prima a Pupi Avati e Claudio Masenza, poi finito nelle mani di Pasolini. Per chi non avesse ancora visto il film ricordiamo che Pasolini rievoca “la mercificazione del corpo umano che de Sade descrisse e Marx teorizzò, codificata in un orrore palpabile”, spiega Bachmann, il fotografo e critico amico di Pasolini. “Tutto è rappresentato in modo da spingere lo spettatore all’interno dell’inferno pasoliniano: l’annientamento del sentimento, della psiche, del dramma, delle interazioni umane, delle naturali funzioni fisiche, dei valori sociali”.

E’ il 1944-45 e siamo nella campagna dell’Italia settentrionale. Nel prologo, Antinferno, quattro autorità repubblichine – il Duca, il Vescovo, il Presidente di Corte d’Appello e il Presidente della Banca Centrale –, riunite a Salò incaricano le Ss e la milizia di rapire un gruppo di ragazzi e ragazze. Dopo avere selezionato i più avvenenti, si chiudono con loro in una villa nei pressi di Marzabotto, presidiata da un manipolo di soldati. Impongono per centoventi giornate le leggi crudeli di un regolamento che sottomette i ragazzi a ogni genere di violenza sessuale e psicologica. Tre ex prostitute e una pianista accompagneranno gli ‘intrattenimenti’ raccontando le proprie esperienze sessuali nella Sala delle Orge. Di orrore in orrore, di efferatezza in efferatezza, si susseguono così tre gironi infernali di stupri, umiliazioni e sevizie: i Gironi delle Manie, della Merda e del Sangue, dove vengono designate le vittime dello sterminio finale.

Ogni barriera spettatoriale cade di fronte a Salò: visto 40 anni fa, vent’anni fa in vhs e rivisto oggi in dvd.  Da Salò ci si deve necessariamente distanziare, mentalmente e psicologicamente, bisogna uscirne dopo averlo visto per poterlo osservare oggettivamente. Perché Pasolini fu in grado di mostrare l’abisso della crudeltà, l’umiliazione dell’uomo come nessun sadico film horror ha mai messo in scena nemmeno nel gore anni Ottanta. In primo piano, visivamente, lo spaesamento antierotico del sesso usato come metafora del potere con le singole asettiche inquadrature di un film algidamente perfetto nel limare ogni appiglio morale di salvezza per i protagonisti. La società dei consumi che mercifica i corpi, che non permette riflessione, alternativa, condanna e ribellione – i pochi gesti di rivolta come il pugno chiuso, il suicidio e il ballo finiscono per risultare vani e buffi – è immodificabile e truce. “Ogni scena è un’aggressione. Ci troviamo di fronte alla brutalità nuda e crudele”, scrisse Bachmann su Sight and Sound.

“Ricordo che Pier Paolo quando iniziammo a girare “Porcile” nel 1969 non sapeva nemmeno cos’era uno scavalcamento di campo e spesso lo commetteva senza pensarci. Poi in “Salò” fu tutto perfetto, Pier Paolo non sbagliò nulla”, ricorda a FQMagazine Beatrice Banfi, segretaria di edizione di “Salò” e di numerosi film di Pasolini. “Fu un set difficilissimo, un’esperienza eccezionale. Mi capitò più volte nonostante la finzione di provare grande pena per le vittime. Oltretutto girammo alla fine di un inverno molto freddo e l’atmosfera era di grande tristezza”. Le riprese del film ebbero luogo dal 3 marzo al 9 maggio del 1975 a Villa Zani (Villimpenta), Villa Bergamaschi (Ponte Merlano), Gonzaga (provincia di Mantova), Gardelletta (frazione di Marzabotto), Villa Siliprandi (Cavriana), Villa Aldini e San Michele in Bosco (Bologna) e a Villa Sorra (Castelfranco Emilia); infine a Roma presso il teatro n. 15 di Cinecittà. “Negli altri film fatti insieme Pasolini era più felice, sul set di “Salò” era molto tetro. So che lo dicono tutti, ma non posso che confermarlo: sembrava percepire cosa di lì a poco gli sarebbe accaduto – continua Banfi – E’ un film senza tempo che mostra ieri come oggi la brutalità del potere. Siamo tutti sudditi, queste immagini mi ricordano quelle dei migranti che muoiono in mare”.