Alcune settimane fa, su questo blog, ho ospitato una lettera ricevuta da Marco Bongi presidente dell’ A.p.r.i. Associazione  Pro Retinopatici e Ipovedenti. Il testo conteneva un’informazione parzialmente errata e solo in virtù di questa imprecisione Stefano Becciolini, ipovedente, ha scoperto di essere beneficiario di un diritto di cui nessuno gli aveva mai parlato: quello di poter partecipare ad un corso da centralinista. Un’attività formativa dedicata alle persone che come l’autore della lettera “sono portatrici di gravi minorazioni oculari”. L’argomento, più in generale, riguarda la norma sul collocamento obbligatorio applicato a determinate categorie di persone con disabilità, qui nel dettaglio.

Quello che però mi colpisce di questa storia è il fatto che le persone possano scoprire per caso di aver un diritto. Sarà populista forse anche qualunquista chiedere perché in questo paese tanto è sempre lasciato al caso? Uffici pubblici straripanti di sempre nuovi protocolli da seguire e figure di addetti apparentemente ancor più qualificati e specializzati. Piovono ovunque nuove istruzioni da seguire iscritte su carte, cartelli, cartellini o etichette che assegnano ruoli, cariche a capi e capetti, si parla di informatizzare, digitalizzare, programmare, specializzare, ottimizzare ma Becciolini, secondo quanto mi ha spiegato, ha scoperto solo per sbaglio di avere un diritto. Possibile non ci fosse una persona tenuta a comunicare – anche solo con una banale telefonata – che avrebbe potuto accedere e frequentare quel corso che magari lo potrebbe aiutare a trovare un lavoro?

Con questa nuova lettera il protagonista della vicenda spiega come sono andate le cose:

Non è facile per un uomo di 50 anni come me ammettere il proprio disagio sociale. Sono ipovedente e per di più disoccupato. Per la prima causa del disagio, purtroppo non posso farci nulla; per il secondo sto lottando da tre anni per avere un posto di lavoro, anche perché faccio parte delle categorie protette. Ma protette da chi? Da nessuno! Mi sono dovuto inventare un piccolo lavoro come personal trainer e grazie alla magnanimità di un albergatore della mia città, che se pur a conoscenza della mia ipovedenza, mi hanno fatto lavorare come turnista portiere di notte per quattro giorni al mese durante la stagione turistica.

Non posso dire la stessa cosa del Centro per l’Impiego della Provincia del Verbano Cusio Ossola che da cui dopo tre anni di pellegrinaggi non ho ottenuto assolutamente nulla. Mi è stato risposto che a fronte di 1.000 richieste di disabili hanno trovato lavoro per 20 di loro. La colpa di chi è secondo loro? Delle aziende che per legge (art. 68) sono obbligate a assumere persone come me ma che non inviano agli uffici preposti l’elenco delle mansioni richieste. Poi è facile scaricare la colpa sulla crisi, qualsiasi cosa accada, la risposta laconica è “c’è crisi e le aziende chiudono”. L’unica possibilità era quella di frequentare un corso per centralinista, ma questa opzione non mi è mai stata palesata; ne sono venuto a conoscenza per caso dopo la pubblicazione da parte del Fatto Quotidiano della lettera.

Quindi mi sono deciso ed ho presentato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verbania.

Cosa accadrà ora? Non lo so, non credo di avere molte possibilità e magari con questo mio atto di denuncia, ho chiuso anche l’ultima porta per un futuro dignitoso. E’ proprio la dignità che viene lesa quando ad un uomo vengono precluse le strade di un lavoro.

Credetemi è stato molto difficile mettersi a nudo pubblicamente e di certo non l’ho fatto per impietosire nessuno. Vorrei solamente far capire a chi si crede al sicuro che le certezze sono venute a mancare da molto tempo (o forse non ce ne sono mai state).

Stefano Becciolini