C’è un’Italia dei falsi vedenti. E non solo metaforicamente. A scriverne è Marco Bongi presidente dell’ A.P.R.I (Associazione Pro Retinopatici e Ipovedenti) che mi chiede ospitalità per la lettera di Stefano Becciolini, ipovedente non riconosciuto e quindi non tutelato dalla legge. Bongi racconta delle migliaia i disabili visivi che, pur soffrendo di gravi minorazioni oculari, non rientrano ufficialmente fra i cosiddetti “ciechi civili” e quindi non possono usufruire delle varie normative speciali per il collocamento “lavorativo mirato” previsto per la categoria: non possono ad esempio guidare, non sono in grado di leggere i caratteri, non riuscirebbero a fare le pulizie, tantomeno potrebbero prestare la loro opera in un cantiere o in ambienti lavorativi pericolosi.  Impossibile svolgere ruoli di assistenza, come ad esempio badanti.

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E’ sempre difficile ammettere una disabilità, soprattutto se questa è invisibile alle altre persone. Gli altri non sanno che sei un ipovedente, che soffri di maculopatia e non si spiegano il motivo per cui non li saluti quando passi loro accanto.
Ma i problemi veri, spesso drammatici, iniziano nel momento in cui non sei più in grado di svolgere il tuo lavoro. Il mio era quello di consulente informatico e per ovvi motivi non ho potuto più farlo. Perdi il lavoro, ti affanni a cercarne uno qualsiasi anche come lavapiatti, ma ti chiedono di presentare un Cv ed il tuo è “troppo professionale”.
Prendi allora il coraggio e fai domanda per la pensione di invalidità. Con quella soltanto tuttavia non è possibile vivere, se ne va via tutta anche solo per pagare metà dell’affitto.

Mi sono quindi iscritto, pieno di speranza, alle liste speciali presso il Centro per l’impiego. Così, pensavo, questi signori mi troveranno sicuramente un’occupazione adatta alle mie condizioni visive. Così speravo ma mentre il tempo scorreva inesorabilmente, ben presto mi sono reso conto che non era esattamente così. Nessuno in realtà cerca un ipovedente. I pochi lavori disponibili per gli invalidi, pulizie, magazziniere, operaio generico, richiedono sempre l’uso degli occhi e, se non sei cieco, neppure puoi accedere alle liste dei centralinisti telefonici e dei fisioterapisti non vedenti. 

E allora inizia il pellegrinaggio presso gli Uffici Provinciali del Centro per l’impiego, anni di attese, ma nulla, nemmeno un colloquio di lavoro che possa darti una speranza di un avvenire. Poi ci si mette l’età, 50 anni e che di certo non aiuta. Tutti ti dicono che devi inventarti un lavoro e ci ho provato. Ho iniziato a fare il personal trainer cercando di compensare la disabilità fisica con il miglioramento dell’aspetto esteriore, quasi per volere dimostrare al mondo che hai forza e coraggio e puoi sopperire alla tua grave mancanza visiva con la fisicità; o forse per stimolare gli altri a superare mentalmente i problemi con la tenacia e la volontà. Ho provato anche a fare saltuariamente il portiere notturno negli hotel, sperando di non sbagliare a contare i soldi quando pagano i clienti.

Poi arriva il momento in cui sei stanco e ti senti amareggiato di far parte di una società che calpesta sempre e solo i più deboli; ti incazzi nel sentire le menzogne dei telegiornali e dei politici. In te c’è la consapevolezza che la crisi economica è stata costruita, o per lo meno usata per l’appiattimento della società verso il basso, per l’eliminazione dei diritti del popolo a favore delle grandi imprese e delle multinazionali che vogliono venire ad investire in Italia dove il mercato del lavoro è troppo oneroso.

Allora scendi in piazza a protestare, passi ore, mesi nel Presidio a parlare con commercianti, piccoli imprenditori, pensionati e giovani disoccupati che si lamentano e soffrono, ma nemmeno questo serve.

Ad un certo punto tiri le somme di quello che hai fatto, degli sforzi vani e prendi coscienza dell’unica verità: la solidarietà verso gli altri è una moneta rara e preziosa, che nemmeno molti uomini di Chiesa sono disposti a spendere per il prossimo. Sono le monete di latta senza valore come quelle dell’egoismo, della superbia e dell’avidità le più spendibili nel mercato globale dell’inumanità. 

Stefano Becciolini