Non solo le multe e le class action dei consumatori. Dopo il diesel gate. Volkswagen va incontro anche a una causa da 40 miliardi di euro dei suoi grandi azionisti, inclusi i fondi sovrani di Qatar e Norvegia. A rivelarlo è il Sunday Telegraph, secondo cui la società specializzata in class action Hagens Berman si è rivolta allo studio legale Quinn Emanuel (noto per aver fatto riconoscere ai propri clienti risarcimenti per un totale di quasi 50 miliardi di euro in procedimenti legali contro grandi aziende) per intentare un’azione legale su larga scala a favore dei maggiori investitori del gruppo automobilistico tedesco. Pesantemente danneggiati dal crollo del valore del titolo, visto che in seguito allo scoppio dello scandalo sul software che trucca le emissioni di inquinanti Volkswagen ha lasciato sul terreno oltre 25 miliardi di capitalizzazione. L’azione legale sarà avviata in Germania e lo studio intende sostenere che aver omesso di rivelare l’utilizzo del software truffaldino nei motori ha costituito “grave negligenza da parte del management”. L’obiettivo è coinvolgere gli investitori istituzionali, a partire appunto dai fondi sovrani: quello del Qatar ha il 17% del gruppo, quello della Norvegia il 2%. Seguono Suzuki, Axa e Blackrock.

Secondo Richard East, co-managing partner di Quinn Emanuel, “le perdite per gli azionisti causate dal fatto che Volkswagen non ha dato informazioni rilevanti al mercato possono ammontare a 40 miliardi di euro e suscitano domande sulla fondamentale disonestà” dell’azienda. Il cui ex amministratore delegato Martin Winterkorn solo sabato ha lasciato anche le redini di Porsche, holding controllata dalle famiglie Porsche e Piech che ha in mano il 52% delle azioni con diritto di voto di Volkswagen. Il suo posto sarà preso dal presidente di Volkswagen, Dieter Poetsch. East ha aggiunto che i danni potrebbero essere calcolati a partire dal 2009, quando VW ha iniziato a montare i dispositivi sui suoi motori Euro 5.

La tegola delle cause legali degli azionisti non è del resto del tutto inattesa: negli Stati Uniti, dove la truffa è stata scoperta, la prima causa contro la casa di Wolfsburg è stata intentata da un fondo pensione del Michigan che ha deciso di rappresentare in giudizio gli investitori che si ritengono danneggiati dal calo del prezzo delle azioni. Il conto finale per il gruppo, tra sanzioni e risarcimenti, può arrivare secondo il presidente dell’istituto tedesco per la ricerca economica a 100 miliardi di euro. E sabato si è saputo che per correre ai ripari, oltre a tagliare gli investimenti, Volkswagen sta valutando di tagliare i suoi circa 6mila lavoratori a tempo determinato: lo ha annunciato un portavoce del comitato aziendale della casa automobilistica, aggiungendo che sosterrà gli sforzi per garantire i posti di lavoro a tempo determinato ma che è consapevole che il board della compagnia sta discutendo “diversi scenari”. Il sindacato dei metalmeccanici, Ig Metall, ha annunciato di essere pronto a dare battaglia contro eventuali piani di taglio dei costi a carico dei lavoratori di Volkswagen. “I lavoratori non hanno alcuna responsabilità nello scandalo” e “il sindacato farà tutto il possibile per garantire che gli impiegati non debbano pagare per i danni provocati dai manager”, ha detto in un’intervista alla Bild am Sonntag l’esponente sindacale Joerg Hofmann.

Nel frattempo, mentre in Italia la casa tedesca continua a comprare pagine sui giornali per scusarsi con i clienti spiegando che “non si fermerà fino a quando non avrà riconquistato pienamente la fiducia” dei clienti, lo scandalo continua ad allargarsi. Tre fonti hanno riferito a Reuters che il software utilizzato per manipolare i test sulle emissioni era disponibile in diverse versioni e, nei sette anni in cui la casa automobilistica ha ammesso di avere truccato i test, è stato usato in quattro tipi di motori. Tra le fonti ci sono un manager di Volkswagen e un funzionario Usa vicino a un’indagine sulla società. I portavoce di Vw per Europa e Usa si sono rifiutati di commentare.