Appena appresa la notizia, la Cina ha fatto buon viso. Quando il 5 ottobre i media internazionali hanno annunciato il varo della Trans-Pacific Partnership (Tpp) ad Atlanta, il ministero del Commercio di Pechino è uscito con un comunicato che definisce l’intesa “uno dei principali accordi di libero scambio per la regione dell’Asia-Pacifico“, aggiungendo che “la Cina è aperta a qualsiasi meccanismo che segua le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e possa aumentare l’integrazione economica nell’area”. Segno che la Cina si aspetta, prima o poi, di essere tirata dentro al patto tra i 12 Paesi che in totale rappresentano il 40% dell’economia mondiale.

Peccato che il Tpp escluda la Cina e sia proprio nato in funzione anticinese. Proposto inizialmente nel 2007, quando partirono i primi negoziati tra Cile, Nuova Zelanda e Singapore, fu di fatto cavalcato dagli Stati Uniti a partire dall’anno successivo ed è diventato ben presto uno dei cardini di quel pivot to Asia con cui l’amministrazione Obama ha cercato di riguadagnare spazio in estremo Oriente e contenere l’ascesa cinese.

All’Apec di Pechino del 2014, la Cina aveva risposto con la proposta di un’area di libero scambio più inclusiva, che comprendesse anche se stessa e la Russia, incassando il sì di tutti, tranne gli Stati Uniti. Ma da allora non se ne è più sentito parlare. Pechino si è poi sempre più focalizzata sul progetto di Via della Seta, con la neonata Banca asiatica degli Investimenti e delle Infrastrutture a fare da volano economico. Un istituto finanziario in cui, guarda un po’, non ci sono Stati Uniti e Giappone. Ma per scelta loro – questo va detto – non per ostracismo cinese.

Al netto degli iniziali convenevoli diplomatici, la Cina starebbe ora preparando le contromosse al Tpp Usa-centrico, che muta il contesto economico in Asia-Pacifico. Certo, l’accordo è lungi dall’essere un fatto acquisito, ma meglio prendere le misure necessarie per tempo. A Pechino e dintorni è infatti opinione piuttosto diffusa che gli Stati Uniti stiano cercando di contenere l’ascesa cinese sia dal punto di vista politico sia da quello economico, laddove i due aspetti si compenetrano totalmente.

Eliminando circa 18mila tariffe doganali, il Tpp rischia di spostare nuovamente la catena delle forniture attraverso la più vasta area economica del mondo. La Cina, già afflitta dal rallentamento della sua economia, teme di vedersi strappare troppo presto il ruolo di “fabbrica del mondo” mentre si trova ancora a metà del guado nella sua transizione verso un sistema economico più evoluto. Rischia di perdere competitività mentre non è ancora pronta a misurarsi sulle produzioni ad alto valore aggiunto.

Così, probabilmente, le autorità cinesi spingeranno sempre più sui trattati bilaterali di libero scambio con singoli Paesi. È, questa, una strategia ormai tradizionale per la Cina, che nei suoi accordi “uno-a-uno” cerca anche di emanciparsi dal dollaro e scambiare in renminbi e nella valuta del partner di turno. Ci sarebbe poi allo studio un accordo trilaterale di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. Il South China Morning Post di Hong Kong riporta le parole del ministro delle Finanze giapponese Taro Aso, secondo cui i rappresentanti economici dei tre Paesi dovrebbero incontrarsi a margine di una riunione del G20 previsto per questa settimana in Perù.

Infine, Pechino cerca di accelerare il cosiddetto Partenariato economico globale regionale (Rcep), i cui negoziati dovrebbero fare progressi durante un summit in Corea del Sud, previsto dal 12 al 16 ottobre. Ne sono coinvolti i 10 membri dell’Asean più Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, secondo Xinhua, si punta a risultati concreti entro l’East Asia Summit di novembre. Ipotizzando queste contromosse, si intravede una strategia a cerchi concentrici.

In un recente articolo, Yukon Huang, ex direttore della Banca Mondiale per la Cina, ha azzardato che Pechino, per ottenere il duplice scopo di internazionalizzare la propria moneta e non attirare instabilità economica, potrebbe fare dello yuan una “valuta regionale” che gradualmente si sgancia dal dollaro senza rischiare nel mare magnum della volatilità internazionale. Niente accordi eccessivamente estesi nello spazio – niente Ttp made in China – ma proprio una strategia a cerchi concentrici e una moneta cinese che, al pari del commercio, si protende all’esterno con gradualità, fino a costituire un nuovo sistema di Stati tributari, riaggiornato al ventunesimo secolo.

Forse, il detto attribuito a Deng Xiaoping – “attraversare il fiume toccando le pietre” – per Pechino vale anche quando al posto del fiume c’è l’Oceano Pacifico. E forse, le felicitazioni rivolte agli Stati Uniti per il Tpp non sono in fondo in fondo un masticare amaro; ma un mandare avanti gli altri mentre si procede a piccoli passi.

di Gabriele Battaglia