Ilva, i mesi più duri: dagli 8.600 in cassa integrazione al rischio flop della vendita, cosa succede dopo lo stop agli altiforni
Le certezze sono solo due: gli altiforni spenti e la cassa integrazione dilagante nei prossimi mesi. Per il resto l’Ilva è avvolta dalle nubi nere, questa volta metaforiche ma non meno drammatiche e incidenti sulla città. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la sospensione delle attività produttive nell’area a caldo della fabbrica a tutela di ambiente e salute, le incognite sul futuro dell’acciaieria e gli impatti economici su Taranto sono tutti lì sul tavolo. Si è chiusa un’epoca, ma l’era che si aprirà al momento è un buco nero che rischia di inghiottire le speranze di chi ha sempre immaginato la città senza il suo gigante d’acciaio. Perché, nonostante la difficoltà finanziaria e produttiva degli impianti sia nota da tempo, tanto da rendere difficile il passaggio a un privato al di là dei fronti giudiziari aperti, il governo che gestisce la più grande vertenza italiana da oltre quattro anni è arrivato impreparato a una fine annunciata.
Tanto per iniziare le casse della società che gestisce l’Ilva, Acciaierie d’Italia, sono dissanguate. Se qualcuno dovesse davvero rilevarla dovrà rimborsare un prestito da 340 milioni di euro fornito dallo Stato in due anni di amministrazione straordinaria per garantirne la sopravvivenza. È solo il primo scoglio di un’eventuale ripartenza della nuova mini-Ilva, destinata alla sola laminazione dell’acciaio che ora, visto lo stop agli altiforni, dovrà essere acquistato altrove. In campo ci sono tecnicamente due potenziali acquirenti, l’indiana Jindal e la cordata messa insieme da Federacciai. Hanno avanzato manifestazioni d’interesse, ma nessuna ha formalizzato un’offerta vincolante. E le voci che si rincorrono non sono rassicuranti. Negli ultimi tavoli a Palazzo Chigi, Jindal non è mai stata tirata in ballo quando si parlava del futuro, mentre sembrerebbero crescere perplessità da parte degli acciaieri italiani sulla fattibilità dell’operazione di acquisto a causa di costi ingenti per far ripartire Taranto, Genova, Novi e Racconigi con una previsione di scarsa marginalità per almeno un biennio.
Le carte verranno scoperte l’8 novembre, data entro la quale bisognerà imbustare eventuali proposte d’acquisto. Ancor più fosco il quadro riguardo a un eventuale piano industriale: conterrà anche la volontà di costruire un forno elettrico, prevedendo quindi una fabbrica che nel medio termine abbia la possibilità di produrre autonomamente acciaio svincolandosi dalla fluttuazione dei prezzi di mercato? Qualsiasi sia l’evoluzione, non si scappa dal dramma occupazionale. In uno scenario intermedio – vendita, senza previsione di forni elettrici – le stime sindacali sono concordati: basteranno poco più di 2.000 dipendenti per far funzionare gli impianti. Attualmente l’Ilva conta 9.626 lavoratori, compresi i quadri. A conti fatti ballano, per difetto, almeno 6.000 esuberi diretti. Un dato al quale bisogna aggiungere il diluvio di licenziamenti che finirà per colpire l’indotto tra servizi, logistica, trasporti, edili e multiservizi. Si parla di almeno 5.000 addetti a rischio solamente a Taranto.
Bene che andrà, ci saranno da ricollocare o accompagnare al pensionamento 11mila lavoratori. Considerando un numero medio di componenti per famiglia pari a 2,5 secondo l’Istat nella provincia jonica, le ripercussioni interesseranno 27.500 persone. Il governo sta studiando appositi provvedimenti – prepensionamenti, incentivi alla riassunzione e una norma per il lavoro usurante – ma dovrà fornire un supporto finanziario congruo per coprire numeri così importanti. La dotazione, insomma, farà la differenza tra tutele e dramma sociale. E quello dei soldi pubblici da mettere in campo, in una vicenda che ha risucchiato risorse tra i 3,6 e i 4 miliardi di euro dall’inizio della crisi, non è un problema secondario. Al conteggio bisogna aggiungere i fondi necessari (187 milioni di euro già stanziati) per garantire massicci ammortizzatori sociali nei prossimi mesi, durante i quali i livelli di laminazione saranno incerti e intermittenti. Il supporto statale al reddito di tutti i contrattualizzati durerà presumibilmente fino all’estate, stando alle tempistiche per la vendita indicate dalla ministra del Lavoro Marina Calderone.
I commissari straordinari hanno avanzato una richiesta di cassa integrazione per 8.622 dipendenti, circa il 90% della forza lavoro, e il piano di emergenza sviluppato per la gestione dei prossimi mesi prevede brevi periodi lavorativi a Taranto e Genova, grazie ad alcune commesse e a materiali acquistati sul mercato, mentre Novi e Racconigi resteranno fermi fino alla primavera. Tutti gli impianti, tra l’altro, chiuderanno dal 19 dicembre al 10 gennaio. Ancor più complicata la situazione dell’indotto, anche in questo caso: i fondi per la cassa integrazione sono destinati ai lavoratori delle imprese che abbiano realizzato almeno il 50 per cento del fatturato con Acciaierie d’Italia nell’ultimo biennio. La specifica apre un problema di enorme portata. Un esempio per tutti: la mensa interna e pulizie dello stabilimento di Taranto sono gestite da Pellegrini, società che ha sedi in tutta Italia e quindi non realizza metà dei suoi incassi attraverso l’appalto con AdI. Ma i dipendenti coinvolti direttamente nella commessa sono 470 e, alla luce di come il governo ha perimetrato la norma, resterebbero esclusi dagli ammortizzatori rischiando un licenziamento immediato.