Ora il problema è il dopo. Ma chi può si chiama fuori. Come il vice presidente della Camera Roberto Giachetti, che ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di immolarsi alla causa del Partito democratico, caricandosi sulle spalle il fardello della disastrosa esperienza di Ignazio Marino. L’ex capo di gabinetto di Francesco Rutelli, ai tempi del suo mandato a sindaco di Roma, ha declinato con un perentorio “no, grazie” ogni invito di candidatura. E anche l’alternativa del prefetto della capitale, Franco Gabrielli, cui il governo ha già affidato il coordinamento su 8 ambiti chiave dell’amministrazione capitolina, tra i quali casa, verde, campi nomadi e immigrati, è una soluzione che suscita perplessità in molti all’interno del Partito democratico. Così, per raccogliere la difficile eredità lasciata da Marino, non si esclude neppure un ritorno di fiamma per i ‘vecchi’, che sulla poltrona del Campidoglio si erano già seduti in passato, come lo stesso Rutelli e Walter Veltroni.

Archiviate le dimissioni dell’ormai ex sindaco di Roma, a Largo del Nazareno ci si interroga sul futuro: chi correrà alle prossime comunali con la maglia del Pd? Questione di non poco conto e le preoccupazioni non mancano. “Il problema è che si dovrà andare a votare a maggio e al 99% il Pd perderà le elezioni – spiega a ilfattoquotidiano.it un autorevole esponente del Pd romano –. Non arriveremo nemmeno al ballottaggio, anche perché gli strascichi delle polemiche e delle possibili inchieste giudiziarie sulle spese dell’ex inquilino del Campidoglio si protrarranno a lungo”. Ovvio, allora, che trovare un candidato sindaco disposto a sacrificarsi per la causa del partito rischi di diventare un’impresa impossibile. Specie tra chi ha ancora la prospettiva di proseguire la propria carriera politica. Giachetti, ad esempio, ha già risposto picche. “Roberto lo ha già detto a Renzi: non è assolutamente interessato – spiega dal Pd chi lo conosce bene –. Anche perché ricopre un ruolo istituzionale importante e non intende lasciarlo”. Lo scenario, del resto, è di quelli complicati: Roma sarà commissariata e tornerà al voto alla prima finestra elettorale utile. Quella di maggio 2015, quando si terranno le amministrative anche in altre importanti città, a cominciare da Milano e Napoli. Troppo poco tempo a disposizione per far dimenticare ai romani le tante polemiche che hanno accompagnato il travagliato mandato di Marino. Troppo poco tempo per convincere uno dei big del Pd ad accettare una sfida che sembra compromessa già ai blocchi di partenza.

Ma anche l’alternativa Gabrielli, che pure ha sfiorato i piani alti della segreteria dem, non è immune da controindicazioni. Primo: in quanto prefetto di Roma non sarebbe candidabile né nominabile commissario, almeno che il governo non lo sospenda dall’attuale incarico. Secondo: far correre un tecnico sarebbe come ammettere la resa (e l’incapacità) della politica. Nel caso specifico dello stesso Pd. Insomma, un bel guaio. Così, se fino a ieri, nei corridoi del Partito democratico romano si scommetteva sulla data delle dimissioni di Marino, da stasera i ‘bookmakers’ del Nazareno sono già alle prese con il toto-candidature. Un vero e proprio rebus. Per risolverlo c’è chi ha proposto addirittura un revival: buttare nella mischia Rutelli o Veltroni. Certo, sarebbe la rivincita dell’usato sicuro sulla rottamazione ma, se non altro, eviterebbe al Pd l’accusa di aver scaricato sui tecnici il destino della prima città d’Italia.

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