Sinistra questa sconosciuta. Se ne è parlato in uno dei primi incontro del Festival di Internazionale a Ferrara. “Di’ qualcosa di sinistra! Il fronte progressista tra Matteo Renzi e la scomparsa delle spinte di sinistra” il titolo dell’incontro che fa il verso al celebre rimbrotto di Nanni Moretti a D’Alema in “Aprile”.

Quasi vent’anni dopo ne parlano Michael Braun di Die Tageszeitung e Giada Zampano del Wall Street Journal, moderati dalla direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer. E le conclusioni non sono molto diverse da quelle che anticipava Luigi Pintor già ai tempi dell’Ulivo: “La sinistra è morta – scriveva il fondatore del “Manifesto” -, ridotta a un’ espressione geografica. Sta a sinistra solo nell’emiciclo parlamentare”.

Oggi la domanda non è tanto se esista una sinistra, quanto il ben più disincantato quesito se abbia ancora senso parlarne. “La sinistra non c’è o almeno è molto diversa da quella a cui eravamo abituati”, sostiene Bianca Berlinguer che allarga la crisi identitaria a buona parte del Vecchio Continente: “La fase di rimessa dei partiti socialisti investe tutta l’Europa ad eccezione del Regno Unito dove cresce il consenso per il neopresidente del partito Laburista, Jeremy Corbyn”. Una eccezione che non conferma la regola, dal momento che, fa notare Braun, “i poveri, i disoccupati, gli operai, gli emarginati, non si sentono più rappresentati e hanno due soluzioni: o non vanno a votare o iniziano a votare per la destra. Una sinistra che ancora vorrebbe esistere, dovrebbe riflettere su come rappresentare davvero il proletariato”.

Braun rispolvera anche l’abusato concetto del leader capace di attirare il consenso degli elettori. “Non vedo nessuna progettualità – allarga le braccia la penna del Die Tageszeitung -, vedo alcuni partiti bonsai che si muovono senza nessun segno politico e senza una persona capace di rappresentarli”. Un esempio? “Cuperlo è un uomo di grande cultura ma non sarà mai leader di una minoranza. Non vedo nessun leader all’orizzonte”. Per non parlare di Civati.
Dall’uomo solo al comando il passaggio verso Berlusoni prima e Renzi poi è breve. “Il processo di personalizzazione della politica è partito vent’anni fa con Berlusconi che ha reso la nostra politica davvero ‘pop’ – spiega Zampano -. In questo senso, Renzi più che una rottura ha rappresentato una continuità perché ha usato mezzi di comunicazione molto simili a quelli del suo predecessore”.

Non solo. “Renzi non ha fatto quasi niente di quello che ci si aspetterebbe da un leader di sinistra – prosegue Zampano -, l’idea di colpire certi patrimoni non è mai stata presa in considerazione dalla sinistra che ha scelto di tagliare le tasse invece che aumentarle per alcuni ceti sociali. Il futuro della sinistra starà nella capacità di rappresentare ancora le istanze sociali della classe media che si è impoverita: chi riuscirà ad intercettare le istanze di questo ceto saranno i partiti politici vincenti”.

Dal pubblico si alzano voci non proprio concordi. Uno stagista lamenta che dopo anni di studio e formazione ora si trova a portare il caffè al suo capo. “Perché non raccontate le nostre storie, le storie di chi viene sfruttato?”, giusto per parlare di sinistra. “Chiedete risposte a questioni che vanno rivolte ai politici e non ai giornalisti” taglia corto la Berlinguer.