Il Partito democratico presenta la sua proposta di riforma dell’editoria: creare un unico fondo quinquennale a sostegno dell’informazione e dare al governo presieduto dal segretario del Pd Matteo Renzi le deleghe per rivedere concretamente il sistema con cui assegnare i fondi pubblici ai giornali. Tra i nuovi parametri indicati dalla proposta di legge avanzata martedì in commissione Cultura alla Camera, c’è l’esclusione dalla ripartizione dei soldi statali delle testate che sono organi di partiti, movimenti politici, sindacati e dei periodici specializzati a carattere tecnico, aziendale, professionale o scientifico. Insomma, verranno tenuti fuori tutti quei giornali che non contribuiscono in modo significativo all’informazione generale del Paese: le regole di accesso ai finanziamenti restano infatti sostanzialmente le stesse di prima, basate sul numero di copie effettivamente vendute. A salvarsi sono in particolare le cooperative giornalistiche, gli enti no profit e le pubblicazioni delle minoranze linguistiche, anche se in futuro ogni pubblicazione dovrà essere disponibile in edizione digitale oltre che su carta.

Con la presentazione della sua riforma, il Pd arriva giusto in tempo per mantenere la promessa fatta dal sottosegretario con delega all’editoria Luca Lotti, che aveva dichiarato di voler riordinare il settore entro la fine dell’estate seppure con un disegno di legge e non tramite un’iniziativa parlamentare. Ma cade proprio a ridosso della discussione alla Camera di un altro progetto di legge in materia, quello promosso dai 5 Stelle che sarà esaminato lunedì prossimo. Due piani alternativi dal momento che i pentastellati chiedono l’abolizione completa di ogni sostegno all’editoria mentre il Partito democratico preferisce parlare di razionalizzazione delle risorse e non di cancellazione. Sul tavolo, complessivamente, ci sono quasi una novantina di milioni di euro per quotidiani e periodici, sommando i 48 milioni di contributi diretti (gli ultimi previsti) e i circa 40 milioni messi a disposizione quest’anno dal Fondo straordinario triennale soprattutto per prepensionamenti, sgravi per nuove assunzioni e incentivi alle nuove imprese digitali, la cui disponibilità finanziaria di un totale di 120 milioni finisce nel 2016.

Il progetto del Pd e l’incognita delle deleghe al governo. In futuro tutti i soldi pubblici a sostegno dell’editoria verranno convogliati nel nuovo e unico fondo da attivare l’anno prossimo e mantenere in vita fino al 2020 in modo che, secondo le intenzioni del Partito democratico, ci sia maggiore chiarezza e certezza di quanto poter spendere. In altre parole se dovesse passare la proposta piddina non ci saranno più molteplici stanziamenti, dai contributi diretti alle diverse agevolazioni, che rendono difficile controllare la spesa totale come successo in passato. Peccato però che la proposta di legge presentata martedì preveda anche che le risorse future verranno ripartite con decreto della presidenza del consiglio o del sottosegretario delegato. E come oggetto di delega al governo si spazia non solo dalla ridefinizione dei contributi diretti fino al sostegno degli investimenti in imprese editoriali, ma anche dal rinnovo della distribuzione dei giornali fino ai progetti innovativi, per lo più in campo digitale, e alle ristrutturazioni aziendali. Quindi, prima di capire l’effettiva portata della riforma, bisognerà vedere come l’esecutivo l’attuerà concretamente nei diversi ambiti.

I nodi di pubblicità, edicole e giornalisti. Tra i vari obiettivi che si pone la riforma del Pd ci sono pure gli incentivi fiscali per le aziende che investono in pubblicità, agevolazioni accordate ora ma chieste più volte da Lorenzo Sassoli de Bianchi, presidente della Valsoia e dell’Upa, l’associazione degli inserzionisti italiani, visto che il mercato fatica a ripartire. Nel testo presentato alla Camera compare inoltre l’intenzione di liberalizzare gli orari e la rete di vendita delle edicole che nella Penisola, secondo gli ultimi dati disponibili, hanno già chiuso in 10mila. L’idea è creare anche piattaforme digitali per vendere i giornali, come fossero chioschi virtuali e come ne esistono da tempo all’estero, a partire dalla vicina Francia, anche se non hanno mai attecchito in Italia.

Da ultimo, la riforma vuole razionalizzare la composizione e le competenze del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riducendo i consiglieri a un massimo di 18. Intanto però, nel solo 2014, sono andati persi 1.000 posti di lavoro nei giornali. E dell’accesso ai prepensionamenti che il Pd intende rendere più uniforme hanno beneficiato, finora, soprattutto le testate degli editori più grandi.