Hanno provato a insegnarle un po’ di dizione, perché perdesse quell’accento da ragazza ebrea di Camden, nord di Londra. Volevano che rispondesse alle domande dei giornalisti, anche a quelle stupide. Che controllasse le sue emozioni e si conformasse al sistema musica come catena di montaggio. Tutte battaglie perse. Per il re dei crooner Tony Bennett Amy Winehouse era come Ella Fitzgerald e per gli addetti ai lavori la voce di una cantante jazz di 65 anni nel corpo di una ventenne. Che “si atteggia”, emanando un talento selvaggio che le maglie dello show business esaltano, mentre intessono la rete di costrizioni fatta di tabloid e flash. Di riconoscimenti emotivi non corrisposti. Per lei insostenibili, compensati dall’abuso di crack-eroina-cocaina, ma soprattutto cibo e alcol. E’ un ritratto pesante e carico di responsabilità quello di Asif Kapadia in Amy – The girl behind the name (documentario presentato Fuori Concorso a Cannes e distribuito in oltre 270 cinema italiani dal 15 al 17 settembre: 70mila spettatori in tre giorni) che racconta carriera e declino fulminante di una voce contaminata solo da se stessa, in un corpo che per tanti, il padre in prima fila, diventa una slot machine milionaria.

Già a 14 anni Amy canta con la voce che l’ha resa famosa. Si vede in un video insieme a Lauren Gilbert, sua amica. Anno 1988: per lei canta Happy birthday. Lecca lecca in bocca, maglietta bianca, seduta su una scala. Spontanea, il sogno da adolescente è di andare fuori casa e fumare marijuana. Ci andrà a 18 anni, due anni dopo avere lasciato la scuola. “Riesce a farti sentire importante e poi un attimo dopo ti tratta male”, racconta di lei Nick Shymansky, prima amico d’infanzia poi suo manager dal 1999 al 2006. In mezzo c’è stato Frank, il primo album. Dopo compra la sua prima casa a Camden e si trasferisce insieme all’amica Juliette Ahsby. E’ il quartiere della scena musicale di Londra, quella alternativa, giovane e bohemien. Ci sono i Libertines di Pete Doherty, i Kills. Si autoproclama “presidente onoraria” del suo pub preferito Hawley Arms, passa le notti in un locale, al Trash.

Poi, una sera, l’incontro che cambia la vita. Lui è Blake Fielder, squattrinato di Londra e che oggi vive a Leeds col sussidio di disoccupazione. E’ stato in carcere più volte e in clinica di riabilitazione. Dopo Amy ha avuto due figlie, prima di lei frequentava qualche corso di letteratura e arte. Suo fratello Harry ha definito lui e Amy “due treni ad alta velocità che andavano l’uno contro l’altro”, perfetta sintesi del ritratto di Kapadia. Si sposano nel 2007, divorziano due anni dopo. Poi si ritrovano a intermittenza. In mezzo droghe: lui la inizia a crack, eroina e cocaina, lei non si ferma. Bulimia e alcol la consumano, si trascinano a vicenda. Autolesionismo per lui, mentre lei perde controllo di sè e chili. I comici inglesi in tv la prendono in giro: “Assomiglia a un cavallo abbandonato, isn’t it?“. Il successo la divora, non riesce a gestirlo. Nessuna sorpresa, per lei era chiaro fin da prima di Frank: “Se dovessi diventare famosa impazzirei”.

La discesa agli inferi si complica con la prepotente entrata in scena del padre, Mitch Winehouse, tassista e crooner. Ha abbandonato la madre di Amy per un’altra donna quando lei aveva appena 18 mesi, ma ufficialmente si è separato dalla moglie otto anni dopo. “Lui non c’è mai stato”, dice lei. In sua assenza, da piccola, prendeva antidepressivi ed era già bulimica. Raccontava anche alle sue amiche che mangiava “come un maiale, lo so” e poi vomitava. Tutto esplicito, ma nessuno sembrava cogliere. Neanche il padre. Eppure lei lo adora, rincorre il suo compiacimento e in What is about men ammette: “Emulate all the shit my mother hated/I can’t help but demostrate my Freudian fate“.

Mitch è puro potere persuasivo: la convince che no, non ha bisogno di andare in clinica di riabilitazione (“I ain’t got the time and if my daddy thinks I’m fine“, canta in Rehab), che deve fare tutte le date del tour anche se non si regge in piedi, e macinare concerti e stress, produrre album. Anche se lei i pezzi di Back to black non vuole più cantarli, perché ha preso le distanze dal lutto dell’abbandono di Blake. Ma tant’è. E quando gli dice di volere andare solo con lui a Santa Lucia, Mitch si porta dietro una troupe al completo per il reality di cui lei è protagonista. Per Amy, però, è il centro, l’ossessione, il senso. La speranza di affetto autentico oltre il palco e il successo. Compete con se stessa per conquistarlo. E’ di fronte a Tony Bennett che legge le nomination per i Grammy, tra le quali c’è anche lei: fissa il crooner a bocca aperta, poi nel buio della platea cerca lo sguardo del padre. Lo trova, “papà, ascolta”. E anche durante i concerti chiede dal palco: “Dov’è papà?”.

Gli ingranaggi sono più potenti di lei, che ormai non decide più nulla. Per lei “senza droghe non è più divertente” e il corpo è stremato: bulimia e alcol hanno danneggiato il cuore, rischia l’infarto. Nessuno – non il padre, non la madre, figura che nel film compare pallida sullo sfondo – che la spinga a rallentare. Tentativo estremo per evitare l’ultimo tour: entrare in scena fattaubriaca. A Belgrado, strizzata sui tacchi alti in un abitino giallo e nero, barcolla. Occhi socchiusi, per l’antidiva solito mascara e cats-eye eyeliner. Ispeziona tatuaggi sul braccio, indifferente, abbraccia i musicisti della band che, parlandole all’orecchio, provano a convincerla. Dai, inizia. Non riesce. Biascica. Un mese dopo sarà trovata morta nella sua casa di Camden. “Sembrava dormisse, e invece se n’era andata”. Nel corpo alcol, troppo. Il suo cuore si è fermato a 27 anni, davanti allo schermo di Youtube, la notte del 23 luglio 2011. Guardava video dei suoi concerti. Qualche giorno prima era andata al matrimonio di Nick. Era felice, lontana dalle pressioni e vicina agli amici di una vita. Non si era montata la testa, riconoscevano che era sempre lei. Spontanea, affettuosa, sfrontata. “Sento che in un certo senso l’amore mi sta uccidendo”, diceva. E, in un certo senso, è stato così.