Un grave vulnus contro le prerogative del presidente della Repubblica”, che lo mette “davanti a un ricatto: o firma a scatola chiusa oppure salta il termine di esercizio della delega”. Gianluigi Pellegrino, avvocato costituzionalista, commenta così l’ultimo passo falso in cui è incappato il governo in tema di Jobs act, svelato ieri dal Fatto Quotidiano.

Dopo l’errore sui numeri dei contratti stabili attivati nei primi sette mesi dell’anno, ecco il nuovo scivolone dell’esecutivo in tema di lavoro. Ma stavolta la situazione appare ben più grave: dietro quello che può sembrare un banale ritardo burocratico, si cela una violazione della legge che compromette gli equilibri dei poteri istituzionali, in particolare con il Colle.

L’esecutivo, infatti, entro lo scorso 26 agosto doveva consegnare al Quirinale i testi degli ultimi quattro decreti della riforma del lavoro. A stabilirlo è una norma del 1988, la legge 400: “Il testo del decreto legislativo adottato dal governo è trasmesso al presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza ”. L’ultimo giorno utile per l’entrata in vigore dei decreti del Jobs act è fissato al 16 settembre e, andando a ritroso di venti giorni, si arriva al 26 agosto. Il termine è stato ampiamente superato, ma il governo ha ritoccato i testi fino all’ultimo momento: solo oggi, il Consiglio dei ministri li ha approvati in via definitiva.

Così, di fatto, i decreti non sono ancora sulla scrivania di Sergio Mattarella. E l’esecutivo Renzi ha violato una norma dello Stato. “La legge 400 – spiega Pellegrino – impone quel termine per consentire al Presidente della Repubblica un esame serio e dargli il tempo di eventuali osservazioni in punto di costituzionalità anche quanto al rispetto della legge delega. Violare quei termini vuol dire mortificare le prerogative del Capo dello Stato”.

Insomma, se i decreti saranno approvati oggi, il Quirinale avrà a disposizione solo dodici giorni, praticamente la metà del tempo previsto, per esaminare ben quattro testi legislativi. E stiamo parlando della riforma del lavoro che, nel bene e nel male, toccherà i destini di tutti gli italiani.

“Ciò che è gravissimo è il vulnus al presidente della Repubblica – prosegue l’avvocato – In termini oggettivi, è un modo per innescare una sorta di ricatto istituzionale: o firmi così come è o sei tu a far scadere la delega”. Il governo Renzi, sostiene il costituzionalista, ha di fatto messo il Colle con le spalle al muro e ne ha svilito il ruolo stesso: “L’esecutivo in tal modo finisce con il ridurre a orpello le prerogative del presidente della Repubblica”.

In poche parole, il governo trasforma la firma della prima carica dello Stato in un autografo, un abbellimento superfluo sul cavallo di battaglia di Matteo Renzi. “Mi meraviglia – afferma Pellegrino – che Mattarella non se ne lamenti, soprattutto riguardo a un atto di particolare importanza come questo sulla disciplina sindacale e del lavoro. È davvero singolare che non difenda le sue prerogative, che poi sono nell’interesse dei cittadini e della legge, affinché il governo non abusi del potere delegato. È una questione di fondamentale equilibrio tra poteri che è persino più rilevante di singoli profili di costituzionalità”.

Al di là dei rapporti tra il Colle e Palazzo Chigi, la questione va considerata anche sotto il profilo della validità dei decreti, a rischio di illegittimità ancora prima di venire alla luce.

Il ministero del Lavoro, interpellato dal Fatto Quotidiano sulla possibile invalidazione dei decreti legislativi, ha risposto: “Per quanto ci risulta, è un rischio che non esiste”.

Ma la questione è tutt’altro che chiusa e la senatrice Paola De Pin, ex M5S passata ai Verdi, ne ha chiesto conto al governo con un’interrogazione parlamentare: il timore è quello di una valanga di ricorsi per sollevare la questione di incostituzionalità. “Il mancato rispetto di quella norma – precisa l’avvocato Pellegrino – non è una causa di per sé di incostituzionalità dei decreti che verranno varati, perché una legge non può violare la legge. Piuttosto, si tratta di uno sgarbo al presidente della Repubblica in danno di prerogative poste a tutela di tutto il Paese”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 settembre 2015