Ti dicono: Orecchie. Tu pieghi le orecchie e ti giri, prima a destra, poi a sinistra. Narici. Inclini la testa all’indietro, per facilitare l’ispezione. Bocca. Apri la bocca. Le porte del corpo si schiudono a comando. (…) E parlerai. Parlerai. Devi svuotarti la bocca. Far uscire un po’ di carcere”. E’ il monologo interiore dell’io narrante, senza nome, di Cattivi (Einaudi), il secondo romanzo dello scrittore torinese Maurizio Torchio. Il gorgoglio sale dal profondo della prigione nella prigione dove il protagonista del libro vive. Alle spalle il rapimento della figlia di un’industriale (“sette mesi nel fianco della montagna con la Principessa del caffè”), ma soprattutto l’uccisione di una guardia con 35 coltellate: “Io prima di uccidere in cortile avevo già ucciso cento volte nella mia testa. Ero pieno, debordante, stracarico: sprizzavo morte. (…) Spegnere una vita per accrescere la mia, dare più spazio alla mia, togliendone un’altra”. La sua cella d’isolamento, già grande 3 metri per 2 viene dimezzata: “Uno spazio a misura d’uomo. A misura mia”.

“Prima di scrivere Cattivi dentro ad una cella non sono mai stato”, racconta Torchio al FQMagazine. “Una delle cose belle dell’atto dello scrivere è l’occasione di scoprire mondi che non conoscevi. Il grosso della documentazione l’ho raccolta leggendo. Una delle mie libertà di narratore è stata quella di poter spaziare in documenti relativi a tempi e luoghi diversi, in Italia e all’estero. Poi sono andato anche in un carcere, a Bollate (Milano), per parlare con le guardie e i detenuti e raccogliere qualche storia. Qualche spunto è arrivato anche da lì. Mi serviva soprattutto per affinare la sensibilità con cui sarei andato a leggere i testi. Il fatto di aver messo un po’ di volte il naso dentro un carcere mi ha aiutato ad orientarmi in questo mare magnum di testi scritti, per quanto fosse un carcere modello, quindi sui generis, ma popolato da persone con biografie che hanno attraversato molte carceri italiane”.

Cattivi ha una scrittura vibrante, paratattica, in cui si stagliano potenti frasi e parole, che poi sono soltanto pensieri, immagini del protagonista senza nome dal buco nero dove è confinato. Non c’è trama in Cattivi, non cambia nulla per colui che vive in un carcere con il fine pena mai. Solo pochi dettagli di cui veniamo a conoscenza lentamente, in un quadro d’insieme che si ricompone soltanto quando i brevi capitoletti dal ritmo incalzante stanno per concludersi: c’è Comandante, direttore carcerario piuttosto sui generis, che legge libri e si innamora della Professoressa, la donna del detenuto Martini, ex usuraio; poi c’è Toro che fa crescere ed insegna ad innamorarsi il ‘ragazzo’, anche se questo gli ha ucciso il figlio.

“Mentre scrivevo questo romanzo mi accorgevo che non riuscivo a raccontare bene la quotidianità carceraria, a farlo da narratore onnisciente. Invece descrivendola dal punto di vista di un carcerato che non la vive perché è tagliato fuori ho trovato una sensibilità che nessun narratore esterno può avere. Perché lui conosce bene quel mondo di desideri che è, paradossalmente, un mondo di libertà”, continua Torchio, 45 anni, archivista alla Fiat, scoperto dalla casa editrice Einaudi mentre leggeva ad alta voce un suo racconto tratto da Tecnologie affettive (Sironi, 2004). “Ho visto che quella voce limite, di estrema deprivazione sensoriale che è anche uno dei motivi che mi aveva attirato verso il modo del carcere, questo filone da prigione romantica, da cella monastica, era giusta per questa storia. Mi piaceva raccontare il resto a partire dal vuoto, dal tempo puro”.

Nelle pagine di Cattivi si semina talento letterario, poetica delle cose minute che ricorda la migliore narrativa minimalista statunitense, ma anche echi da beat generation nella magmatica rabbia che comprime venti anni di carcere in un unico buio presente: “Chi resta chiuso in un posto disadorno tende ad innamorarsi facilmente, parlare come un ragazzino, sognare come un ragazzino, commuoversi per musica che fa schifo. Io no”.