Ogni mese l’Istat ci dice quanti sono i giovani disoccupati, ogni mese i giornali titolano sul nuovo record, ma nessuno in Italia studia quali sono le conseguenze sulle scelte di vita di quei ragazzi. Ci ha pensato, dall’Università di Southampton, Chiara Binelli, 36 anni, economista, “un cervello in esilio”, come si definisce. Per mesi ha lavorato di notte, per raccogliere quelle storie che nessuno aveva chiesto ai giovani disoccupati di raccontare, poi ha presentato i primi dati al Festival dell’Economia di Trento e ora si è messa in aspettativa dalla sua università senza ricevere stipendio, il marito ha fatto lo stesso da un ateneo del Kent, e si sono trasferiti in Italia per la fase due dello studio: cosa cambia con il Jobs Act. È tornata in Italia, sulle colline vicine a Piacenza e spera di trovare quelle poche decine di migliaia di euro necessari a completare lo studio. “Mia mamma dice che mi sono identificata troppo nel campione che analizzo, quello dei giovani senza lavoro”, commenta.

A quel campione si è affezionata parecchio. Ha deciso di studiare i laureati, cioè la fascia più qualificata dei giovani lavoratori, sapendo che le tendenze che si registrano in quel segmento saranno analoghe e amplificate tra chi ha studiato meno e quindi ha più difficoltà a trovare un impiego. Il dato usato dall’Istat è quello sui ragazzi tra i 15 e i 24 anni (disoccupati al 44 per cento, contro una media Ue del 26). Ma è dai 24 anni in poi che, si suppone, tutti dovrebbero avere un lavoro. Invece in Italia il tasso di disoccupazione tra i 25 e i 34 anni è il 19 per cento (il 13 nell’Ue) e tra i laureati appena più basso, il 16 per cento. In valore assoluto vuol dire che in Italia ci sono circa un milione di giovani adulti disoccupati, di questi ben 252 mila sono laureati.

Basandosi sugli elenchi del consorzio interuniversitario Almalaurea, la professoressa Binelli ha spedito un questionario di 71 domande per raccogliere le classiche informazioni su età, famiglia, status sociale, ricerca del lavoro, ma anche per sondare le aspettative: che vita si aspettano questi giovani disoccupati? Quali attese hanno sul proprio stipendio eventuale futuro? Di solito a questo genere di questionari via email risponde il 10 per cento dei contattati. Alla professoressa Binelli invece l’85 per cento. Una percentuale che lei non aveva mai riscontrato.

“Ho costruito il mio set di dati, perché non esisteva niente di simile”, spiega: 1.238 giovani senza lavoro, laureati tra 2011 e 2013 in una delle 64 università che aderiscono ad Almalaurea. L’indagine si è svolta tra gennaio e febbraio 2015, cioè un attimo prima dell’entrata in vigore del Jobs Act e del contratto a tutele crescenti al posto di quello tradizionale a tempo indeterminato con l’articolo 18 sul reintegro in caso di licenziamento ingiusto.

Sono gli italiani medi della loro generazione, quelli intervistati: il 79 per cento vive con i genitori o in una casa con l’affitto pagato da mamma e papà; il 66 per cento è in una relazione stabile e il 70 per cento pensa ai figli; il 68 per cento ha entrambi i genitori non laureati (“anche l’operaio vuole il figlio dottore”, come in Contessa). Il 47 per cento di loro, quindi quasi la metà, non ha mai lavorato oppure lo ha fatto per meno di un anno. Il 77 per cento cerca attivamente lavoro, il 60 per cento viene classificato come “bassa avversione al rischio”. La professoressa Binelli ha chiesto conto anche dell’orientamento politico: l’82 per cento dei laureati disoccupati ha votato alle elezioni 2013, il 30 per cento per il Movimento Cinque Stelle.

Che cosa c’è nella testa di questi disoccupati di alta gamma, che dopo almeno 18 anni di studi non riescono a trovare un posto? Il primo pensiero è come sarà il loro stipendio, quando ne avranno uno. Sono pessimisti ma, scopre la professoressa Binelli, hanno ragione a esserlo: si aspettano di trovare lavoro nei prossimi 12 mesi con una probabilità del 44 per cento, le statistiche dimostrano che la percentuale reale media è il 50, che scende al 39 nel Sud. Solo il 17 per cento si aspetta un lavoro a tempo determinato, lo avranno in 21 su 100. Non si attendono un reddito elevato, stimano 1.099 euro lordi mensili (ma solo il 60 per cento è disposto a lavorare per quella cifra). Nei fatti – dati Almalaurea 2013 – ne ottengono un po’ meno, 1.034.

Come incide questo poco allettante futuro sulle scelte di vita dei laureati? Chiara Binelli ha scoperto, con un modello econometrico, che le cicatrici sono profonde. E misurabili: “Un aumento della probabilità di trovare un lavoro con tutele adeguate dal 10 al 50 per cento fa aumentare l’intenzione di avere figli in futuro dal 68 al 71 per cento”. Le conseguenze sono anche sulla società nel suo complesso: se la probabilità di trovare un buon posto (con tutele adeguate) sale dal 10 al 50 per cento fa aumentare la probabilità di essere soddisfatti del “processo politico democratico in Italia” dal 6 al 10 per cento. Tradotto: più resti disoccupato, più diventi pessimista. E più sei pessimista, meno ti interessa la politica, perché sembra non poter cambiare le cose, e meno progetti ambiziosi per il futuro riesci a fare, come costruire una famiglia.

Una delle novità dello studio della Binelli è considerare non solo il posto di lavoro, ma anche la sua qualità percepita. Per questo ha fermato le ricerche prima del Jobs Act, per vedere come cambiano le aspettative con la riforma. Un primo indizio però lo ha già avuto: “Il Jobs Act viene percepito come un contratto a tempo determinato”, spiega. Ma servono i fondi per continuare la ricerca. Che, per ora, nessuno ha voluto stanziare. Perché a studiare davvero l’impatto delle politiche pubbliche, cosa che in Italia si fa pochissimo, non sai mai cosa puoi scoprire.

da il Fatto Quotidiano del 26 agosto 2015