Com’è dura la vita sotto il tacco della ‘ndrangheta nordica. Per le vittime prima di tutto, e ci mancherebbe altro, ma anche per boss e picciotti sottoposti alle ferree regole della “ditta”. In “La regola” (Editori Laterza, 219 pagine, 18 euro), il giornalista Giampiero Rossi si propone di raccontarci “giorno per giorno la ‘ndrangheta in Lombardia” sulla base degli atti giudiziari delle inchieste più recenti, a partire dall’ormai celebre operazione “Infinito” del 2010. Perché mentre qualcuno si attarda ancora a parlare di “infiltrazioni” mafiose a Milano e dintorni, il libro racconta la criminalità calabrese come una presenza quotidiana e di lunga data, specialmente in determinati settori economici: cantieri edili, società immobiliari, locali notturni, cooperative di servizi, trasporti, fino ai “paninari” ambulanti. E in determinate aree: parte dell’hinterland di Milano, la Brianza, il Varesotto, il Comasco, il Pavese.

Il libro di Rossi – giornalista del Corriere della Sera e già coautore, con Franco Stefanoni e chi scrive di “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (Melampo 2011) – sfata il mito di una ‘ndrangheta dedita nel Nord Italia più agli affari che alla violenza criminale, evocato persino dall’allora prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi giusto qualche mese prima dell’operazione Infinito. Dalle indagini e dall’ormai sterminata mole di intercettazioni a disposizione degli inquirenti emerge invece il comportamento criminale dei boss anche quando sono impegnati in attività lecite. Il monopolio del movimento terra difeso a suon di minacce ed escavatori bruciati, controversie commerciali risolte con pestaggi e intimidazioni, concorrenti messi fuori gioco con la violenza, titolari di aziende scalzati senza appello dalla scrivania del comando senza alcun appiglio ai dettami del codice civile. E l’usura, alternativamente canale di approccio con imprenditori in difficoltà o esito finale del rapporto d’affari. Da parte di impreditori e professionisti lombardi emerge una supina rassegnazione, dettata da un intreccio non sempre districabile di paura e convenienza. Fatto sta che nelle pagine di “La Regola” le storie di vittime che denunciano sono davvero rare.

Ma la “regola” è dura per tutti. Sono sempre le intercettazioni a fornirici un ricco dietro le quinte della vita quotidiana dello ‘ndranghetista lombardo. Certo, il crimine paga: soldi, macchinoni (impera il suv delle migliori marche), bella vita. E l’intimorito “rispetto” dei concittadini, non dissimile in Brianza dalla locride. Ma le preoccupazione sono tante: non pestare i piedi a un’altra “locale”, e non farseli pestare; le pretese dei boss della casa madre calabrese che vogliono la loro fetta senza neppure “lavorare”; le delicatissime alchimie tra le diverse “case madri” (chi dal varesotto deve rispondere a Cirò Marina, chi dalla Brianza deve rispondere a Guardavalle…). “Qui c’è tutta la Calabria da pagare”, si lamenta un personaggio coinvolto nella scalata alla brianzolissima Perego Strade. Il mancato invito a un matrimonio che conta può essere l’annuncio del proprio funerale, come è successo al boss Carmelo Novella, crivellato di colpi nel 2008 a San Vittore Olona. Allo spettro del fuoco amico si aggunge il timore – esplicito in tante conversazioni – dell’alba fatale in cui arriveranno gli sbirri, si porteranno via case, negozi e conti correnti, con immediato sputtanamento sulla stampa di tutta la famiglia e la prospettiva di anni di galera da scontare sul serio.

Infine, un vero e proprio assillo per la politica, soprattutto quella locale. Il libro documenta una corposa serie di tentativi di intrufolare i propri uomini dai consigli comunali fino alla Regione Lombardia. Di destra o di sinistra poco conta, l’importante è che si trovino al posto giusto al momento giusto, come dimostra il progetto – svelato dagli inquirenti – di mettere qualcuno di fidato alle Infrastrutture, al Pirellone, in vista di Expo. Pacchetti di centinaia di voti vengono spostati con una telefonata, o venduti a chi ne ha bisogno, ma sempre in vista di futuri favori: appalti, assunzioni, licenze, corsie preferenziali nel Palazzo. Tanti i politici coinvolti, pochi quelli finiti sotto processo. Per loro, la vita quotidiana sotto la “regola” è quasi sempre un po’ meno dura.

LA FRASE. “Quelli hanno bisogno di voti, sono disposti a pagare. I più corrotti sono i lombardi… più corrotti di noi!”.