Conosco e frequento alcuni di coloro che sono stati chiamati a dirigere la Rai. Non ho dunque conti da saldare e neppure livori da sbollire. Proprio per questo non ho partecipato ai cori di chi non può rinunciare a mettere in funzione le ghiandole salivari, sempre e comunque.
In queste ore, in alcuni corridoi di viale Mazzini, si rischia di scivolare per la scia di bava lasciata dai medesimi che, sino a qualche ora prima, si agitavano per bloccare l’arrivo di Monica Maggioni e Antonio Campo Dall’Orto.

Ognuno gridi pure i suoi evviva e i suoi abbasso, ma almeno non rinunci a comprendere il contesto nel quale è maturata l’intesa, a prescindere dalle pagelle sui prescelti. I nomi, e comunque non sono tutti uguali, sono la conseguenza di una intesa politica e della scelta di confermare la legge Gasparri. Il governo avrebbe potuto scegliere un’altra strada, presentare una radicale riforma della legge, risolvere il conflitto di interessi, reintrodurre i tetti antitrust, e separare nettamente gli indirizzi dalla gestione della Rai, come per altro avevano indicato al molti degli esperti consultati dal medesimo esecutivo.

La decisione di scorporare la sola fonte di nomina e di utilizzare ancora la legge Gasparri, non è figlia della fretta, ma è una scelta politica che si inscrive nella ventennale decisione di considerare l’ex cavaliere il principale interlocutore in materia di assetto dei media e dintorni.
L’irrisolto conflitto di interessi invece di diventare una colpa, si è trasformato, grazie alla complicità di molti, nel suo scudo stellare.

Non a caso i suoi fedelissimi, dopo le nomine, hanno esultato indicando nel  “Metodo Rai” la via maestra da seguire anche per la legge elettorale e le riforme costituzionali. Chi non condivide questo metodo ha il dovere di dirlo e di non piegarsi alla logica delle convenienze, degli opportunismi, delle pubbliche relazioni perché “altrimenti non si va in tv e si passa per estremisti, rosiconi e conservatori …” Per altro in questo caso specifico hanno vinto proprio i conservatori, cioè coloro che hanno deciso di confermare i vecchi assetti e le vecchie norme.

Dal momento che tutti negano l’esistenza di patti impropri, sarà il caso di prenderli in parola e di porre alcune domande: la legge sul conflitto di interessi, annunciata per lo scorso mese di luglio, quando sarà votata? Nel luglio di quale anno? Nella riforma della Gasparri sarà modificato, e come, anche il sistema integrato delle comunicazioni, architrave della spartizione delle risorse? Quali limiti saranno introdotti e quali poteri di sanzione saranno trasferiti alle Autorità di garanzia in materia di posizioni dominanti e di liberazione dei mercati da vincoli antiquati e funzionali alla conservazione di interessi consolidati?
Si avrà il coraggio di ritirare la proposta sulla Rai  approvata al Senato e ripartire davvero dalle parole di Renzi: “La Rai non può essere governata da una legge che porta il nome di Gasparri, è giunto il momento di restituirla ai cittadini…”, un obiettivo peraltro condiviso dalla maggioranza dei parlamentari, 5 Stelle inclusi, berlusconiani esclusi?

In assenza di patti impropri, non dovrebbe essere difficile trovare una intesa parlamentare ed approvarla in temi brevi, anzi brevissimi, anche senza i voti dell’ex cavaliere. In caso contrario sarà difficile non pensare ad una “crostata bis”, anzi forse è la medesima, conservata in congelatore da quasi un ventennio, sempre pronta all’uso, nel mutare dei cuochi e delle cucine.