35 donne che sarebbero state molestate e violentate da Bill Cosby sono apparse nella foto di copertina del nuovo numero del New York Magazine. Un’immagine in bianco e nero, simbolicamente potente, che come in un’inquadratura di Matrix moltiplica all’infinito l’identità del dramma che avrebbero vissuto per oltre 30 anni decine di donne, all’epoca perlopiù ragazze, adescate, drogate e abusate dell’insospettabile “dottor Cliff Robinson”. Sedute una accanto all’altra, vestite di nero, con il titolo (“Cosby: The Woman”) che se ne sta in basso a destra, dopo l’ultima sedia vuota probabilmente per la prossima vittima che ancora non ha parlato, le accusatrici del comico americano si affrancano dal totale anonimato e ci mettono la faccia, raccontando ciò che hanno vissuto.

Nell’arco temporale che va dagli anni settanta fino agli novanta, Cosby, oggi 78enne, avrebbe adottato un metodo pressoché identico per tante sue vittime: le drogava, faceva sesso con loro e poi spesso ne comprava il silenzio. Un mese fa i media statunitensi hanno riportato la confessione dell’attore protagonista della celebre serie tv anni ottanta “I Robinson” riguardo all’acquisto volontario di una droga, il Quaalud, per stordire le proprie vittime prima di abusarne sessualmente. La deposizione sotto giuramento risale al 2005 e il processo in sede civile riguarda un’accusa di stupro.

Accadde nel 1992, quando avevo poco più di 20 anni”, spiega nell’articolo del settimanale newyorchese Lili Bernard che fece parte del cast del Bill Cosby Show e che nel maggio scorso è intervenuta pubblicamente ad accusare l’attore di stupro. “Ha guadagnato la mia fiducia e poi mi ha drogato a mia insaputa, infine mi ha violentata. Non lo chiamerei pazzo. Cosby sembrava invece molto consapevole di quello che stava facendo”. “Ora non ho più paura – spiega Chelan Lasha, che sarebbe stata violentata nel 1986 – ora sono io ad avere più potere di lui”. “Può una donna non essere creduta per 30 anni? Succederebbe lo stesso ad un uomo?”, aggiunge Victoria Valentino, la cui vicenda di violenza subita risale ben al 1969. A sottolineare invece il potere dei social network in questa vicenda è Tamara Green, il cui stupro risalirebbe ai primi anni settanta: “Nel 2015 possiamo avere il controllo dei media che prima aveva lui. Ora è tutto online e le nostre storie non spariranno mai”.

“Negli anni sessanta, quando avvenne la prima presunta aggressione di Cosby ad una donna, lo stupro era considerato qualcosa di violento commesso da un estraneo”, spiega il magazine newyorchese nell’editoriale che oltre alla foto e al pezzo nella versione online accompagna il servizio con sei delle 35 donne che raccontano in un video la loro storia. “Oggi, però, tra le ragazze, soprattutto online, è nata l’idea forte che parlare delle violenza subita sia l’unica cosa da fare. Se una donna sostiene il suo “diritto” al vittimismo allora adotta l’arma più potente di qualsiasi altra nella sua lotta contro lo stupro”.