Erdogan ha fatto la sua scelta: messo spalle al muro dai sanguinosi attacchi di Suruc e Kobane dello scorso 20 luglio e dalla morte di 32 giovani turchi e curdi, il “sultano” di Ankara ha scatenato la sua potenza di fuoco contro Isis e Pkk. Un cambio di rotta definitivo nell’offensiva antiterrorismo, frutto dell’accordo siglato telefonicamente con il presidente statunitense Barack Obama, arrivato dopo mesi di trattative. A Washington (via NATO) viene così concesso l’utilizzo delle basi militari turche di Malatya, Batman, Diyarbakir e Incirlik. Quest’ultima, costruita nel 1951, ospita truppe americane, britanniche e turche, insieme a decine di aerei da guerra, e rappresenta una delle più grandi basi statunitensi della regione. Da qui, vengono lanciati missili oltre il confine della provincia turca di Kilis. Nelle ultime settimane, tank e F-16 hanno portato a termine diversi raid su postazioni del Pkk nel nord dell’Iraq e su altri obiettivi Isis nel nord della Siria. Bombardata anche la roccaforte jihadista di al-Raqqa, con un drone partito da Incirlik.

Una politica militare dal doppio binario, quella turca: da una parte la guerra allo Stato Islamico, per combattere la quale Erdogan ha rispedito al mittente la proposta russa di creare una coalizione anti-Isis composta anche dalle milizie di Assad e dai ribelli siriani, curdi inclusi. Dall’altra la lotta al Pkk, definita “un esercizio del diritto di autodifesa”, per il quale Ankara fa sapere, tramite il portavoce degli Esteri Tanju Bilgic, di non aver bisogno “del permesso di nessuno”, tantomeno degli Stati Uniti, e di voler piuttosto aprire le basi anche agli eserciti di altre nazioni alleate.

Il dubbio che il reale obiettivo turco sia quello di mettere a tacere i separatisti curdi, quasi nascondendosi dietro la lotta al terrorismo jihadista, viene rafforzato se si pensa che, nei primi 3 giorni di attacchi, 75 aerei turchi hanno bombardato 400 obiettivi del Pkk e solo 3 dell’Isis. Intanto la battaglia contro i separatisti curdi viene condotta anche tra le vie di Istanbul e nelle province di Adiyaman e Gaziantep: nelle ultime due settimane sono stati arrestati oltre 1.300 presunti membri del Pkk, dell’Isis e di altre sigle incluse da Ankara nella lista nera delle organizzazioni terroristiche.

L’operazione militare, fanno sapere fonti governative turche, potrebbe durare anche 3 o 4 mesi. E se il Pkk risponde alzando il tiro e facendo subito sapere che la tregua proclamata nel 2003 è ormai finita, per l’Isis Ankara si è schierata “al fianco dei crociati” . L’attacco non è quello che il presidente turco avrebbe sperato di sferrare nel 2011, appena esploso l’”autunno siriano”, contro l’ex amico alevita Bashar al-Assad, che Erdogan vorrebbe sostituire con un governo islamico sunnita.

Nel mirino ci sono anche le milizie jihadiste, le stesse con cui il leader dell’Akp è stato accusato più volte di avere relazioni ambigue, e che hanno con lui in comune il nemico curdo. Erdogan, proprio dopo i fatti di sangue dell’ultima settimana, non può più rischiare di scoprire ancora il fianco all’Isis, e di mettere a repentaglio la sicurezza della sponda meridionale NATO, ormai da tempo definita una specie di “autostrada della Jihad”. L’alleanza tuttavia sa di poter ancora contare su un alleato determinante come Ankara, nonostante quest’ultima abbia perso il suo ruolo di baluardo sul versante sud: un esercito numeroso, un’enorme potenza di fuoco aerea e terrestre, servizi segreti molto influenti in Siria e Iraq, paesi nei quali Ankara è già da tempo autorizzata ad entrare nel caso di crisi, fanno della Turchia un luogo più affidabile di Giordania e paesi del Golfo.

La svolta nella guerra al Califfato arriva poco dopo la sigla dell’accordo con l’Iran sul nucleare, di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per combattere l’Isis e riprendersi Mosul, impossibile da vincere solo con le forze aeree. Teheran, insieme a Mosca, è da sempre alleata di Assad: Washington risparmia così l’invio di sue truppe sul terreno mediorientale, già provate dalla guerra in Iraq, grazie al possibile aiuto da parte di iraniani, pasdaran, milizie sciite e turchi. La telefonata di Obama cambia decisamente le carte in tavola: ciò che Ankara guadagna dall’accordo è la costituzione di una no-fly zone su territorio siriano, lunga 90 chilometri e profonda tra i 40 e i 50, compresa tra Aleppo, Kilis, Kobane, Mare e Jarablus, sulla quale Erdogan insiste da quell’ormai lontano 2011. Assad non potrà sorvolarla con i suoi jet, e l’avanzata di Isis e al Nusra dovrebbe così essere bloccata. In una sua prima fase la zona servirà agli aerei della coalizione a guida statunitense per effettuare operazioni di sicurezza e, “quando necessario, attacchi e ricognizioni”, in base a quanto dichiarato dall’esercito turco che coordinerà gli interventi.

Non solo: Ankara ha adesso una carta in più contro l’avanzata curda per la costituzione di uno Stato indipendente, compreso tra il Kurdistan siriano, iracheno e Rovaja. Già la conquista del 10% del partito filo curdo Hdp, entrato in Parlamento per la prima volta nella storia della repubblica con le ultime elezioni del 7 giugno, non fa che affollare gli incubi di Erdogan, oltre che avergli impedito di conquistare la maggioranza.

L’accordo tra Obama e Erdogan ha quindi ragioni legate alla politica interna, e si muove per provare ad evitare quello scontro interetnico in cui la Turchia potrebbe rimanere coinvolta, dopo l’uccisione di un militante Isis per mano del Pkk a Istanbul e di un membro di Hezbollah, che hanno scatenato diversi assalti alle sedi del partito dell’Hdp. Il mullah Ahmet Unlu, punto di riferimento per la comunità islamica, ha perfino lanciato una fatwa contro i miliziani dell’Isis, affermando che è lecito uccidere questi “cani dell’inferno”. D’altro canto, l’establishment nazionalista si rafforza ora con la nomina a Capo di Stato Maggiore di Hulusi Akar, figura ferrea nella lotta al Pkk. Per il leader Erdogan, quelle intraprese sono “azioni decisive” contro l’Isis e i militanti curdi e di sinistra, per i quali dal governo centrale è stato emanato un out-out: “Deporre le armi o pagarne le conseguenze”. Erdogan ha tempo fino al 24 agosto per formare il nuovo governo, cercando un accordo con i socialdemocratici del Chp di Kemal Kilicdaroglu, uno dei maggiori critici della tolleranza di Ankara nei confronti dell’Isis. Passato questo termine, la Turchia tornerà alle urne.