“Vorremmo che si smettesse di speculare sulla morte di Luigi. Sebbene non tutto sia stato chiarito, la magistratura di Sanremo nel 2006 ha messo la parola fine alle tante illazioni che si sono fatte nel corso del tempo. Come famiglia, e parlo anche a nome di mia madre Graziella e di mio fratello Giuseppe, speriamo che Luigi sia ricordato dalla gente per la sua splendida produzione artistica che è degna del genio che è stato”. Patrizia Tenco, la nipotina prediletta del cantante, figlia del fratello Valentino, è la custode più severa della memoria dello zio. Ha combattuto contro le speculazioni di quanti continuano a disturbare il riposo di Luigi, avanzando sospetti senza fondamento. E chiedono con continui esposti di riaprire nuovamente le indagini. Trovando fortunatamente un muro di pietra.

La morte del cantautore, nella notte su venerdì 27 gennaio 1967, dopo una sfortunata prova al festival di Sanremo, è stata definitivamente archiviata dalla magistratura come suicidio. Nel 2006 il procuratore della repubblica di Sanremo, Mariano Gagliano, aveva ceduto alle richieste di riaprire l’inchiesta, chiusa frettolosamente, dopo un’istruttoria sommaria e piena di lacune, il 26 giugno 1967. “Emerge con chiarezza che il cantante Luigi Tenco si tolse deliberatamente la vita – scrisse all’epoca il giudice istruttore Luigi Fortunato – in seguito alla avvenuta eliminazione della sua canzone, “Ciao amore ciao”, dal Festival”. L’indagine originaria fu condotta in maniera lacunosa e incompleta. Nessuna autopsia, neppure la prova del guanto di paraffina per stabilire se Tenco avesse davvero impugnato la pistola che gli aveva dato la morte. Un pasticcio colossale, giustificato dall’esigenza di spegnere i riflettori su un caso che aveva minacciato di mandare all’aria il Festival, una delle trasmissioni più felici e redditizie della Rai.

Antefatto – In quel gennaio 1967 Luigi Tenco – avrebbe compiuto 29 anni il 21 marzo – era un cantautore già famoso fra le giovani generazioni. Aveva scritto oltre 70 canzoni, squarciando con la sua musica anticonvenzionale e i suo versi dissacranti l’insopportabile conformismo di un’Italia ancora largamente cattolica e democristiana. La sua casa discografica, la RCA lo costrinse a cantare a Sanremo, un palcoscenico che Luigi detestava. E gli impose una partner, la cantante italo-francese Dalida, che canonicamente si innamorò di lui – non ricambiata – scatenando le riviste di gossip. Tenco odiava quel compromesso artistico che aveva accettato perché, gli era stato spiegato, soltanto passando da Sanremo avrebbe raggiunto quei milioni di ascoltatori che erano da sempre i destinatari del suo “messaggio”, come si diceva allora.

La morte – La sera di venerdì 27 Tenco cantò male, stordito da un cocktail di tranquillanti e alcool. Appresa la notizia dell’eliminazione del suo brano – “Ciao amore ciao” era una canzone antibellicista che era stato costretto a trasformare in una melensa marcetta d’amore – piantò in asso Dalida e la compagnia dei discografici e si rifugiò nella camera 219 del residence Savoy. Bocciato dal voto popolare (appena 38 voti su 900), il brano era stato scartato anche dalla giuria addetta ai ripescaggi, che gli aveva preferito “La Rivoluzione” di Gianni Pettenati. Tenco vide crollare cinque anni di duro lavoro dedicato ad un pubblico che all’improvviso gli aveva voltato le spalle. Il biglietto trovato accanto al cadavere lo certifica. “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sia stanco della vita, tutt’altro, ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” (di Orietta Berti, ndr) in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao Luigi”. Una serie di perizie grafologiche confermarono che il biglietto era stato scritto da Tenco.

La prima inchiesta – La ricostruzione dei suoi ultimi istanti di vita è zeppa di contraddizioni. Le testimonianze si accavallano e si smentiscono a vicenda. Ciascuno aveva fissato un fotogramma della scena ma in momenti diversi. La confusione cresce. E nasce un dubbio. Era solo, Tenco, quando si esplose il colpo fatale alla testa? Probabilmente sì. Dalida, rientrata in hotel pochissimi minuti dopo le due, trovò il cadavere insanguinato di Luigi e fu colta da choc. Sul posto giunse anche il suo ex marito, Lucien Morisse, un pezzo grosso della discografia francese.ma non significa nulla. Qualcuno doveva prendersi cura di lei, letteralmente impazzita dal dolore e dal senso di colpa. Eppure ci si inventò che Lucien Morisse lo avesse ucciso per gelosia. O addirittura perché Tenco minacciava di denunciare gli scandali e le manovre che stavano dietro il Festival. Balle senza riscontro. Altri dubbi spuntarono quando i giornali pubblicarono le foto del cadavere. Appoggiato ad un lato del latto, con le gambe sotto l’armadio e la pistola nascosta dal cavallo dei pantaloni. Nessun suicida resta in una posizione simile. L’equivoco fu presto chiarito. Un maresciallo aveva fatto trasportare il corpo al cimitero di Taggia. Il commissario Arrigo Molinari, che diresse l’indagine, ordinò di riportarlo in albergo e rimesso nella camera in quella posizione innaturale. Aveva promesso a fotografi e giornalisti di poterne prendere visione e scattare le foto. Le illazioni si moltiplicarono. Quanti furono i colpi sparati dalla Walter PPK 7,65 di proprietà del cantante? Uno o due? Due si sostenne, un proiettile scheggio il braghettone della porta del bagno e venne ritrovato. L’altro proiettile era rimasto nel cranio. Sbagliato, il colpo fu unico. Ma lo si sarebbe accertato soltanto quarant’anni dopo.

L’inchiesta del 2006 – La riesumazione della salma di Luigi venne autorizzata nonostante le perplessità della famiglia Tenco. La prima sorpresa: il corpo si presentò praticamente intatto, come mummificato dalle particolari condizioni climatiche della sepoltura nel cimitero di Ricaldone, il paese natale. Il professor Renzo Celesti, il medico legale incaricato dell’esame necroscopico,, accertò che il proiettile che aveva ucciso il cantante era fuoriuscito dal cranio. Quando la pallottola fu rintracciata e messa a confronto con quelle della Walter PPK la perizia balistica confermò senza margini di dubbio che il proiettile mortale era stato esploso dalla pistola del cantante. Caddero le illazioni su una seconda pistola, una calibro 22, che avrebbe sparato, avvalorando la tesi dell’omicidio. Tenco sarebbe stato ucciso perché si apprestava a denunciare gli intrallazzi che governavano il festival. Ipotesi smentite dagli esperti dell’Ert della Polizia di Stato. Otto specialisti coordinati dalla dottoressa Vincenza Liviero. Aveva sparato la stessa pistola, la Walter Ppk del cantante. Un solo colpo. Mortale. Anche la altre prove balistiche (Gunshot Residues) accertarono che gli unici residui idonei a indicare la mano che aveva sparato, da una distanza molto ravvicinata o addirittura a contatto con la tempia destra, si trovavano sul palmo della mano destra di Tenco. Le conclusioni sono, spiegò a chi scrive il professor Celesti che “le modalità della morte di Luigi Tenco sono pienamente compatibili col suicidio, poiché nulla contrasta con l’ipotesi suicidaria”.

L’unico vero mistero oggi riguarda Valeria, la fidanzata segreta di Luigi. Nonostante la congiura del silenzio alla quale si erano votati i suoi amici, la sua esistenza non è in discussione. Ma chi è? Una sedicente Valeria anni fa mostrò alcune lettere di Luigi e sostenne di averne un centinaio. Non volle mai consegnarle. Discrezione estrema? O maldestro tentativo di inganno?