A seguito della capitolazione greca di fronte all’attacco europeo guidato da Angela Merkel, non è abbastanza limitarsi a constatare, sia pure con un fondo di amarezza, che almeno gli attori principali di questo dramma moderno hanno deposto le proprie maschere e svelato fino in fondo, senza più ambagi, la loro identità. D’accordo: ora persino i più moderati iniziano a dubitare dei pacchetti di austerità, storcono il naso di fronte al deficit democratico dell’Europa, si domandano se il ruolo giocato dalla Germania non sia effettivamente quello di una potenza neo-bismarkiana e mercantilista pronta a sopraffare un paese della periferia europea che chiede appena un briciolo di sensatezza economica. Ma se è vero che l’esempio di Tsipras ha aperto una breccia generando maggior coscienza presso l’opinione pubblica europea, è altrettanto evidente non basta l’affermazione del principio per consolare le ferite di una guerra persa. Il prossimo passo non può quindi essere che quello di riflettere sui limiti delle strategie attuali per rilanciare con maggior efficacia la lotta alle misure di austerità.

Facendo un passo indietro, possiamo suddividere analiticamente la questione della strategia in due ampie categorie, il prima e il dopo la conquista degli apparati statali, tappa necessaria per quanto non sufficiente ad intraprendere il cammino del cambiamento. Su questo primo punto, Syriza e Podemos forniscono lezioni non trascurabili al resto delle sinistre europee. Sebbene i due partiti abbiano genesi dissimili, è possibile ricondurre la loro popolarità a una serie di innovazioni speculari sul piano delle pratiche. L’inasprimento dell’antagonismo costruito su una contrapposizione noi/loro, la capacità di articolare una pluralità di rivendicazioni sociali esistenti, la semplificazione del linguaggio e l’enfasi sulla passione e il carisma sono alcuni degli elementi che contraddistinguono la loro politica. In altre parole, Syriza e Podemos prendono come punto di partenza elementi del senso comune, non già nella forma di un loro apprezzamento statico, bensì come trampolino per muovere una sfida contro-egemonica al sistema attuale che possa far breccia sulle grandi maggioranze.

L’esempio di Podemos è quello che calza di più con lo scenario italiano per il simile discredito in cui è caduto il repertorio simbolico della sinistra. Tuttavia, la differenza con ciò che sta accadendo in Italia è notevole. Mentre Pablo Iglesias, leader di Podemos, ha da poco escluso un ritorno al vecchio frontismo politicista, rifiutando  in vista delle prossime elezioni qualsiasi accordo con l’equivalente di Sel (o Rifondazione) spagnolo, in Italia le frattaglie della sinistra danno cenni di volersi ricompattare in un nuovo polpettone indigesto ai più. Notiamo la differenza: l’intenzione di Podemos è piuttosto quella di creare una maggioranza trasversale, capace di agglutinare settori sociali diversi e che magari nel passato avevano votato anche molto diversamente, intorno a un’identificazione esteriore comune, quale il rifiuto dei piani di austerità e lo sdegno anti-casta. Per questa operazione è necessario fare ricorso a nuove metafore che possano spiegare meglio la situazione attuale e indurre processi di revisione delle lealtà politiche pre-esistenti.

Si inizia già a intravedere una caratteristica fondamentale del discorso di Podemos: il simbolismo dispiegato è di carattere nettamente nazionale. Infatti, solamente all’interno di un terreno nazionale -e non genericamente europeista o cosmopolitico- è possibile creare una nuova volontà collettiva di senso ugualitario, capace di cementare solidarietà tra soggettività eterogenee. Da noi, l’infausta riproposizione di leader che hanno fatto scelte sbagliate, o tuttalpiù dei loro giovani caporaletti, del tutto contigui in quanto a cultura politica, non può invece portare ad alcun cambiamento: si tratta di un bacino politico-culturale incapace di pensare oltre una serie di schemi di ispirazione vagamente europeista e razionalista che non godono di alcuna capacità di seduzione politica maggioritaria.

Ma è sul dopo-elezioni che le recenti vicende greche gettano luci importanti. Anche su questo versante si ripropone la contraddizione tra via nazionale e miraggio europeista. Nei fatti, la gabbia dell’Euro non ha dato scampo: o obbedite o interrompiamo liquidità e finanziamenti, questa la minaccia di fondo. La Commissione Europea, che pure ha giocato un ruolo chiave nell’ideazione e implementazione di politiche economiche recessive, è stata nell’occasione greca sovrastata da un Eurogruppo che sulla carta non esiste, ma il cui potere reale è stato ancora più penetrante. Più in generale, la tecnocrazia europea agisce sulla base di una giurisdizione ispirata perlopiù dagli interessi -peraltro non sempre necessariamente armoniosi- del capitale finanziario e delle elites tedesche. Si tratta di un intricato coacervo  di norme e corpi di governance sedimentati negli ultimi decenni il cui orientamento politico di fondo è realisticamente impossibile da invertire.

Conviene in questo senso domandarsi quanto la fedeltà europeista del gruppo dirigente di Syriza abbia giovato ad affrontare la situazione con il necessario realismo politico. La tara dell’europeismo di sinistra si riscontra proprio nell’idealizzazione dei processi di integrazione e nell’incapacità di riuscire a pensare ad alternative al di fuori di essi. Le alternative non mancherebbero se non fossero scartate a priori da infondati scenari di apocalissi inflazionistiche e derive scioviniste. Piuttosto, dovrebbe essere ormai lampante che il ruolo giocato dell’Europa politica in questa congiuntura storica ha definitivamente acquisito una dimensione regressiva e anti-democratica e che prospettive eurocomuniste o di una ‘nuova Europa sociale’ hanno una rilevanza politica trascurabile in virtù della  loro stessa impraticabilità.

L’ideologia europeista che contamina ampi segmenti della sinistra europea va superata. I processi di emancipazione dall’austerità non possono che procedere inizialmente su binari nazionali in quanto gli unici che verosimilmente permettono di riconquistare spazi di potere popolare e capaci di riscoprire un concetto intrinsecamente democratico e a lungo trascurato dalla sinistra, quello della sovranità. Coordinare la resistenza ai diktat finanziari a livello europeo non può che giungere in un secondo momento: prima di allora non si starà facendo altro che porre il carro davanti ai buoi.

@mazzuele