Chi pensava di aver archiviato la partita a poker nell’Eurozona facendo suo tutto il piatto e lasciando in mutande Alexis Tsipras, si vede ora costretto a sedersi a un altro tavolo, con un altro giocatore. E’ una partita a due, destinata a mettere in chiaro parecchie cose. Dopo aver fatto sentire più volte la propria voce nel corso dei negoziati, dopo aver invitato e poi fatto pressioni affinché un accordo onorevole con Atene si trovasse, alla fine l’amministrazione Usa è costretta a intervenire in un altro modo, più persuasivo. Se la coppia Angela Merkel – Wolfgang Schaeuble nei giorni più drammatici delle trattative ha messo in chiaro che l’Europa non esiste, esiste solo la Germania che decide per tutti (e infatti nel momento decisivo le istituzioni europee sono letteralmente scomparse, a partire dall’evanescente presidente della Commissione Jean-Claude Juncker), gli Stati Uniti mostrano tutto il loro peso sul principale creditore della Grecia, il Fondo monetario internazionale di Washington, che dopo aver dato il via libera assieme a tutti gli altri al piano firmato obtorto collo da Tsipras lunedì mattina, minaccia ora di far saltare il banco perché quel piano, senza un taglio del debito greco, è palesemente insostenibile. Una marcia indietro piuttosto curiosa, cui fa il paio l’offensiva diplomatica lanciata dall’amministrazione Obama che ha deciso di inviare in Europa il segretario al Tesoro statunitense Jacob Lew, per incontrare il presidente della Bce Mario Draghi e poi recarsi a Berlino e poi Parigi. Obiettivo del viaggio, secondo quanto riferito dall’ufficio del segretario al Tesoro, è la prosecuzione del dialogo con i partner europei sulla situazione greca.

Ci sono tre fattori che spingono gli Stati Uniti a intervenire con forza e a indurre gli europei a ridiscutere l’accordo. Il primo riguarda i timori che una soluzione finanziariamente, economicamente e socialmente non sostenibile qual è quella che si è profilata con il piano approvato lunedì scorso possa prestare il fianco, anche a breve, a nuovi shock destabilizzanti, in grado di minare alle fondamenta la già debole crescita economica. Non a caso il Fondo monetario nel suo nuovo rapporto sulla Germania scrive che “il rischio di rinnovati stress nella zona euro è aumentato e il principale rischio a breve termine è che le tensioni si diffondano e possano minare la fiducia e la crescita economica, indebolire i consumi privati e ritardare la prevista ripresa degli investimenti privati”. Un’Europa di nuovo in recessione o anche semplicemente a crescita zero è un lusso che gli Stati Uniti non si possono permettere. Basterebbe questo, ma c’è anche dell’altro. La Grecia è un Paese Nato in una posizione strategica: un accordo così umiliante è destabilizzante dal punto di vista politico – già lo si vede, con la coalizione di governo che perde pezzi e lo stesso partito di Tzipras che si spacca. Il punto è che l’umiliazione non spinge al centro, cioè verso le forze atlantiste e moderate, anche perché proprio queste e i loro governi hanno portato alla rovina la Grecia, ma verso ali estreme incontrollabili. Un’instabilità politica a questi livelli in un Paese strategico anche per vicinanza allo scacchiere mediorientale è un problema perfino più grosso di quello finanziario, anche alla luce degli equilibri che stanno mutando in seguito alla firma dello storico accordo con l’Iran sul nucleare.

Il terzo fattore riguarda il ruolo della Germania, il suo muoversi ormai da potenza egemone in Europa senza alcun contrappeso: questa è forse la preoccupazione maggiore, anche alla luce della politica che Stati Uniti e Nato stanno conducendo nei confronti della Russia. Un’Europa debole non aiuta gli Stati Uniti, ma un’Europa colonizzata dalla Germania crea degli enormi problemi. Di qui la scelta di esercitare la propria influenza (e il proprio ruolo di potenza) per rimettere in gioco quello che altri avevano imposto. Solo nei prossimi giorni si capirà come e in che misura questa ri-discussione potrà contribuire a sanare le profonde ferite che si sono aperte con l’imposizione del piano alla Grecia, ma l’amministrazione Obama sta offrendo un’occasione unica alla politica europea di riprendere in mano la palla e mettere in discussione diverse cose, a partire dall’austerity e dal chi decide cosa.