C’è un’immagine che forse più di altre racconta la notte degli Ac/Dc a Imola: lo storico chitarrista e fondatore Angus Young, che a 60 anni compiuti corre da una parte all’altra del palco a passo di duck walk, e si scatena sulla sua Gibson come animato da un’energia misteriosa. Poteri del rock, signori. Più che un concerto è stato un vero e proprio evento, un appuntamento con la storia della musica, l’esibizione che giovedì 9 luglio ha infiammato il Paddock Rivazza dell’autodromo Enzo e Dino Ferrari, e attirato 92 mila persone da ogni angolo d’Italia. Unica tappa italiana del tour di promozione dell’ultimo album, Rock or Bust, era andata sold out in appena cinque giorni di prevendita. Anche perché la band australiana non veniva nel nostro Paese dal 2010.

Una scenografia spettacolare, con fuochi d’artificio, luci stroboscopiche, fiamme, cannoni, e tre giganteschi megaschermi, ha fatto da sfondo allo show di un gruppo che per longevità e successo mondiale è forse paragonabile solo ai Rolling Stones. E che in 40 anni di carriera è sempre rimasto fedele al proprio sound, a un hard rock potente, impastato di blues. Protagonista assoluto della scena è stato Angus Young, che come un folletto impazzito ha mandato in delirio il pubblico con i suoi leggendari riff e con i suoi lunghi assoli. In tutto due ore di musica, in grado di unire migliaia di persone, di almeno tre generazioni diverse, in un gigantesco rito rock collettivo.

Di sicuro l’evento di Imola era atteso da mesi. Per l’occasione sono stati predisposti treni speciali e l’intera città è stata mobilitata per accogliere i seguaci del gruppo. I più fedeli e temerari hanno presidiato i cancelli per 36 ore prima di accedere alla pista, dormendo sull’asfalto, incuranti dell’afa e delle temperature micidiali. Sul palco, una struttura imponente larga 45 metri, profonda 26, e sovrastata da due gigantesche corna (simbolo del gruppo), gli Ac/Dc hanno rispettato la tradizione e portato i loro marchi di fabbrica. Non solo per la composizione della scaletta, che ha incluso i grandi successi da Hells Bells a T.N.T., a You Shook Me All Night Long. Ma anche per il look, con il cappellino del cantante, Brian Johnson, e la blusa da scolaretto di Young.

L’entrata, poco dopo le 21, è affidata a Rock or Bust, brano che dà il nome all’ultimo lavoro, per poi continuare di Shoot to Thrill e Hell Aint’t a Bad Place to be. La voce di Johnson non è più quella di un tempo, ma resiste, e quando parte l’intro inconfondibile, uno dei più celebri della storia del rock, di Back in Black (dall’omonimo disco del 1980, il secondo album più venduto di tutti i tempi)  il pubblico va in delirio. Young è in piena forma, si muove come un ragazzino e senza pause, se non quelle tra un brano e un altro. Arrivati a Thunderstruck ha perso già parecchi pezzi della sua divisa. È scatenato e stravolto. E a due canzoni della fine, al momento di Let There be Rock, regala uno spettacolare assolo di un quarto d’ora, continuando a suonare la chitarra sdraiato a terra.

E dire che il concerto è arrivato alla fine di una percorso travagliato, che ha visto due perdite importanti: quella di Malcom Young, il fratello di Angus, recentemente ricoverato per demenza senile (nel live sostituito dal nipote Stevie), e quella del batterista, Phil Rudd, finito ai domiciliari per minacce e possesso di stupefacenti (sul palco al suo posto c’era Chris Slade). Una serie di guai che però non ha impedito alla band di sfornare il quindicesimo disco in studio, schizzato in vetta alle classifiche in 10 paesi, e di mettere in piedi un tour mondiale con numeri da record. Soddisfatto l’ organizzatore della Barley Arts, Claudio Trotta, che con l’Autodromo Enzo e Dino Ferrari ha firmato un contratto triennale per i prossimi eventi. In futuro non esclude un ritorno ai festival. Mentre per il 2016 circola già un nome. È quello di Bruce Springsteen.