L’artificio normativo inventato dal ministro federale dei trasporti Alexander Dobrindt per fare pagare il pedaggio autostradale (“tassa per le infrastrutture”) in Germania agli automobilisti stranieri si è “infranto” nello scoglio più duro. E più temuto: l’Unione Europea. Che ha deciso di aprire una procedura d’infrazione che ha già costretto Dobrindt a spiegare che il progetto, il vessillo della campagna elettorale del governatore della Baviera Horst Seehfofer, subirà dei ritardi. L’introduzione del pedaggio che avrebbe dovuto scattare con il 2016 verrà rinviato. Ancora non si sa a quando. Forse il tweet della portavoce della Commissaria europea Violeta Bulc, che sembrava inizialmente intenzionata a valutare successivamente il provvedimento tedesco, sancisce addirittura il “de profundis” dell’operazione.

Nella corsa a ostacoli verso il pedaggio, la Germania aveva indispettito i vicini dell’Austria che avevano invito recentemente una lettera all’Unione Europea per sollecitare una valutazione della norma. La violazione del principio di non discriminazione dei cittadini a seconda della loro nazionalità sembra evidente a tutti. Tranne che ai politici della CSU, il partito che governa la Baviera, Land che confina con l’Austria, nazione con il quale molte strade sono condivise ed impiegate dai transfrontalieri.

Il pedaggio era stato varato per garantire nuovi fondi da destinare alla manutenzione della rete viaria ed a nuovi investimenti, con la formula Dobrindt sarebbe stato versato solo dagli automobilisti stranieri. Con un artificio legislativo, il ministro aveva introdotto un balzello generalizzato, alleggerendo tuttavia contemporaneamente la tassa di circolazione ai tedeschi. Risultato: la gabella grava solo su chi viaggia con auto non con targa tedesca.

Prima della retromarcia di ieri – “con l’apertura di una procedura di infrazione, la Commissione rallenta l’attuazione della tassa per le infrastrutture” – Dobrindt aveva già contrattaccato difendendo la legittimità del governo e del Bundestag di legiferare sull’importo della tassa di circolazione, circa la quale non è disposta a tollerare ingerenze da parte dell’Unione Europa. Ma il ministro se l’era presa anche con l’Austria per via dell’annunciata intenzione di rivolgersi al Corte Europea. E, soprattutto, aveva svelato gli “altarini” di Vienna citando un caso di discriminazione: il traforo austriaco del Felbertauern. La tariffa ordinaria è di 10 euro, che scende a 8 per le auto immatricolate in alcune zone specifiche e addirittura a 4 per chi abita o lavora nel comune di Mittersill.

Gregor Gysi, avvocato, ma soprattutto autorevole esponente del partito di sinistra Linke e dell’opposizione in Parlamento, aveva già fatto sapere come sarebbe andata a finire la disputa. A giudizio del legale la vicenda si sarebbe ritorta contro gli automobilisti tedeschi, quelli ai quali tutti i partiti volevano evitare aggravi economici. Gysi si era dichiarato certo che l’Unione Europea non avrebbe accettato il principio della compensazione tra pedaggio e tassa di circolazione, ma che il governo avrebbe mantenuto il balzello chiamando quindi alla casa i connazionali.

Paradossale, secondo Gysi, che vedrebbe di buon occhio una simile disfatta della Grande Coalizione, è che il governo ha scritto i testi di entrambi i dispositivi (quello sull’introduzione della tassa per le infratsrutture e quello sulla sua compensazione) attenendosi scrupolosamente al diritto comunitario. Con il rischio, se il politico di estrema sinistra dovesse avere ragione, che un pronunciamento contrario dell’UE lasci in vigore solo una delle due norme, quella sul pedaggio. Perché il problema è il loro effetto combinato. Se così fosse, si tratterebbe anche di una violazione dell’accordo del programma di legislatura. Gysi aveva ricordato come in occasione del dibattito televisivo (l’unico) con il rivale Peer Steinbrück, la cancelliera Angela Merkel avesse assicurato che “con me non ci sarà alcun pedaggio per le auto”. Successivamente aggiornato in “non ci sarà alcun pedaggio per i tedeschi”.