L’abbiamo incontrata a margine della presentazione di Lava, il corto animato della Disney Pixar che ha doppiato con Giovanni Caccamo. Sì, perché ormai Malika Ayane ha un successo trasversale e consolidato, tanto da ricevere la chiamata di mamma Disney. Prima dell’esplosione di un talento riconosciuto da tutti, però, la cantante ha dovuto fare tanta gavetta. E la decisione di vivere di musica è arrivata grazie a un brano scritto per Valerio Scanu…

Quando hai capito che avresti potuto vivere di musica?
Era l’estate dopo il primo Sanremo. Al Festival ero andata grazie ai soldi prestati da mio nonno. Lì ho preso la decisione di non lavorare più in altro modo.
Dopo qualche mese sono andata in Posta a ritirare la prima SIAE, perché avevo scritto un pezzo per Valerio Scanu che in quel periodo spopolava, e ho firmato il contratto con la LiveNation per il primo tour. Parliamo del primo stipendio di una emergente ma a me sembrava già di essere Madonna.

Il Festival da solo non bastava?
No, affatto. Il Festival ti porta popolarità, che è fondamentale perché le agenzie ti facciano delle proposte. Io ho sempre avuto idee mastodontiche ma non riuscivo nemmeno a mettere insieme una band di cinque persone con quello che mi proponevano.
Avere Feeling better più in alto in classifica di Madonna e andare a Sanremo con il “caso” Come foglie, è servito perché arrivasse Live Nation con un’offerta giusta per una esordiente ma infinitamente più alta rispetto a quelle che mi avevano fatto le agenzie indipendenti.

Cosa hai fatto con i primi soldi?
Ho comprato una giacca da Paul Smith! Chiaramente in svendita, ma era la consapevolezza di poter spendere 300 euro per una giacca. Ora mi viene da ridere, perché basta portare le bambine a cena e al cinema e li hai già spesi. Però in quel momento ho pensato: “Ho potere d’acquisto”.

Quando produci un nuovo disco sei a contatto con tantissime figure professionali. Quel è la figura centrale di questo processo?
La figura centrale, e non lo dico per darmi meriti, sono io. Se non ho la salute mentale per capire cosa mi serve, gli altri possono essere anche i migliori collaboratori possibili ma non funziona.
Devi essere centrato, devi sapere cosa vuoi, anche quando stai facendo una cosa più rischiosa e apparentemente sbagliata, come quando ho fatto Ricreazione, un disco senza singoli o radio particolarmente influenti, suonato come in cameretta ma con la voglia di fare esattamente quella cosa lì. In quel caso la forza era avere una band molto solida, che potesse stare chiusa per due settimane e suonare insieme, tutto il giorno, per arrivare a quello. La figura fondamentale è quella che ti serve in quel preciso momento.

E nell’ultimo disco?
Per quanto riguarda Naif, le figure fondamentali sono state due: Pacifico, perché dà sicurezza alla parte timorosa della casa discografica, perché stiamo investendo un sacco, e rassicura anche me; l’altra figura è Axel Reinemer, che dei due produttori era quello che stava più in contatto con i discografici italiani e li rassicurava sul fatto che non avremmo fatto cose orrendamente strane, ma contemporaneamente difendeva la voglia di fare una cosa diversa.

Che rapporto hai con la musica in streaming?
Non ho nessun problema con lo streaming, anzi. Ho visto la campagna di Apple per il lancio del nuovo servizio ed è bellissima. Ho l’abbonamento a Spotify su tutti i dispositivi, oltre alla scatoletta per ascoltare la musica nelle mie casse, ma vado comunque a comprare i dischi.
Chi nasce in questo momento musicalmente forse sa meglio di me come sfruttare questo tipo di mezzo. Forse io sono legata a un modo anche desueto di fare la musica. Ormai potrei anche evitare di fare i booklet, invece ci tengo tantissimo.

Secondo te il disco fisico, come lo abbiamo conosciuto fino a oggi, sparirà? È destinato a diventare un oggetto per collezionisti come è successo con il vinile?
Molte etichette fanno i dischi in vinile e insieme forniscono un codice per il download gratuito. Questa potrebbe essere una soluzione. Probabilmente ci troveremo ad avere il vinile e il CD come oggetti da collezione e il digitale come mezzo di fruizione. Siamo in un momento storico di egemonia del singolo, che può decretare il successo o il fallimento di un disco intero, ma contemporaneamente torniamo a utilizzare dei supporti (vedi il vinile) che ci portano a dover ascoltare tutto il disco. Ogni tanto ci si accanisce talmente tanto sullo stato di salute del mercato che si finisce col perdere di vista l’obiettivo che è fare dischi e farli più belli possibile.

Sei uno dei rari casi, negli ultimi anni, di successo discografico senza passare dai talent…
Questo è curioso. Io in realtà sono arrivata prima dell’esplosione vera e propria dei talent. Si può e si deve emergere anche senza. Il talent non ha niente di male. Non capisco questo bisogno, anzi questa ossessione, di distruggere sempre e comunque quello che non ci appartiene.

Cos’è per te il successo?
Quando ho fatto il primo disco ero convinta che il successo fosse la possibilità di fare il secondo e magari comprarmi un’altra giacca di Paul Smith. Mi sembrava fantastico poter essere una che va a fare la spesa e sul documento c’è scritto musicista, perché è quello che sa fare. Siamo ossessionati dalla celebrità assoluta, un concetto un po’ anni Ottanta, e allora è ovvio che non ci siano alternative al talent.

Compri dischi in negozio?
Sempre. A Milano ci sono due negozi di dischi che frequento spesso: uno è Serendipity, fortissimo soprattutto sull’elettronica e sul panorama indie; l’altro è Dischi Volanti, con Ferruccio che è il numero uno su musica intimista e cantautorale.

Qualcosa di recente che ti piace particolarmente?
Ci sono artisti a cui mi sono affezionata negli anni, come i Panda Bear, che l’altra sera ho ascoltato dal vivo ed ero così felice! Sulla scena italiana confesso di essere molto capra. Vorrei studiare un po’ di più. Però anche la scena indie sta producendo successi impensabili: basta pensare a Lo Stato Sociale, che in pochissimo tempo sono diventati un fenomeno da numeri notevoli. Tutta questa febbre da palazzetto ci fa male. È che ormai se non fai il palazzetto hai sbagliato lavoro, e invece mi piace che ci siano tante dimensioni diversificate e i numeri possono arrivare lo stesso.

Hai già idee sul prossimo disco?
Mi sono messa a studiare l’hip hop tradizionale. Vorrei passare dall’ispirazione al tentativo di vedere come in cose già edite ci sia la risposta alla ricerca musicale.

Ti aspettavi il successo enorme del tuo ultimo singolo “Senza fare sul serio”?
Sono molto sorpresa positivamente. È stato l’ultimo brano che abbiamo scritto, quindi eravamo anche sfiniti. È venuto fuori questo giochetto sul tempo e quando ho visto che, nonostante fossimo sfiniti, avevamo trovato un incastro linguistico che si adattasse sul ritmo, ho intuito che qualcosa sarebbe capitato. Con questo disco è cambiato qualcosa e spero di essere in grado di sostenerlo.