Gino Paoli è indagato per evasione fiscale dalla procura di Genova: avrebbe portato due milioni di euro in una banca svizzera. Eppure, l’11 giugno, giorno della sua prima uscita pubblica dopo l’avvio dell’inchiesta, è stato relatore alla cerimonia di consegna dei diplomi del Master universitario in Innovazione nella pubblica amministrazione al Palazzo della Camera di Commercio del capoluogo ligure. E la sostanza dell’intervento che ha riservato ai destinatari degli attestati riguardava un tema preciso: l’attacco le tasse e al sistema fiscale italiano.

Il corso, peraltro, come scrive la Stampa, era patrocinato proprio dall’Agenzia delle Entrate. Che però, dell’intervento dell’ex presidente Siae – che si è dimesso proprio in seguito all’inchiesta – non ne sapeva nulla. Sul programma poi, scrive Repubblica, il suo nome non c’era.

Il suo ingresso in sala è stato accompagnato dalle note di Sapore di sale, diffusa dall’altoparlante, e fortemente sostenuto da Federico Marenco, funzionario della Regione nonché ex primo cittadino di Montebruno in quota Pd. Il dirigente lo definisce “l’Ungaretti della musica”, che “aiuterà i giovani ad avere quell’umanità che manca alle istituzioni“. E poi, aggiunge, ha scritto il pezzo “L’ufficio delle cose perdute” al quale, dice il testo, “devo in cambio dei vent’anni ridare tutto quello che ho”. Un testo che per Marenco è un buon motivo per invitare il cantautore indagato in veste di relatore, che nel suo intervento parla proprio del concetto di “umanità“. “Uno degli elementi che manca di più nell’amministrazione pubblica italiana – ha detto Paoli – è quella dose di umanità che si chiama buonsenso, le regole vanno bene, però devono essere applicate con buonsenso”.

Poi il cantante insiste sull’impostazione (sbagliata) del sistema fiscale italiano. “Le tasse in Italia – continua – sono figlie delle gabelle che il principe, il duca, il marchese, tiravano via dal popolo per fare i comodi loro. Contrariamente agli americani dove servivano ai paesi di frontiera per procurarsi una scuola, allora tutti concorrevano a dare i soldi per realizzarla”. Altro punto dolente del fisco nazionale è la burocrazia. E Paoli fornisce la sua ricetta, frutto anche della sua esperienza da presidente Siae “carica dalla quale mi hanno tolto per motivi che sanno solo loro”. A dire il vero, però, è lui che si è dimesso il 24 febbraio scorso, proprio in seguito alla notizia dell’inchiesta.

Quindi, al master, prosegue: “La semplificazione e l’informatizzazione sono i due mezzi da sviluppare nell’amministrazione pubblica italiana. Siamo nel 2015 perché non usare i mezzi che ci sono?”, dice agli studenti. E disegna il suo personale ritratto dell’Italia, che è “il Paese dei commercialisti, se non hai il commercialista non ci capisci niente, è giusto? Non sarebbe giusto che ogni persona capisse direttamente cosa deve pagare e perché? Tutto sommato ci vorrebbe un po’ di buonsenso, un po’ di capacità di semplificare e usare molto l’informatica”. E Paoli avrebbe molto da dire, probabilmente, anche sui commercialisti. Certo è che il professionista della categoria che curava i suoi affari, Andrea Vallebuona, è stato arrestato a luglio per la vicenda di Banca Carige.

Sapore di sale e tasse a parte, il rettore dell’Università di Genova Paolo Comanducci non ha gradito la presenza di Paoli alla consegna dei diplomi al Master. “Non ne sapevo nulla ed è una situazione inopportuna – ha detto a Repubblica – vista la nota e delicata situazione in cui è coinvolto”. A sollevare l’obiezione anche alcuni utenti via web che chiedono conto agli organizzatori dell’invito. Lui risponde: “Certi commenti non mi toccano. Non ascolto mai gli imbecilli“. E prima di entrare in aula, ai giornalisti che lo attendono, dice: “Cosa devo insegnare? A non prenderlo in quel posto”.