Che fine hanno fatto le 4mila assunzioni sbandierate a febbraio da Telecom Italia come un tassello fondamentale del piano di investimenti in fibra? Il piano di reclutamenti è al palo perché è legato a doppio filo con il braccio di ferro fra imprese e governo sul tema della solidarietà espansiva, un istituto quasi sconosciuto in Italia che avrebbe il merito di far esplodere le assunzioni e consacrare il successo del Jobs Act. La partita, che si intreccia con la strategia di Telecom negli investimenti in fibra, è infatti ancora tutta da giocare.

Ma che cosa c’è esattamente in ballo? Finora, come tante altre aziende italiane, Telecom Italia ha usufruito della cosiddetta solidarietà difensiva per buona parte dei suoi dipendenti: in pratica, il gruppo ha ridotto il costo del lavoro tagliando il monte ore dei suoi 30mila lavoratori e sfruttando gli ammortizzatori sociali che compensano in busta paga fino all’80% della cifra decurtata. In questo modo la società ha abbattuto il costo del lavoro scaricandone parte del peso sulle casse pubbliche. A fine aprile però la solidarietà difensiva è terminata per buona parte dei settori in cui Telecom l’ha utilizzata. Così ora il gruppo spera che il governo assicuri la copertura per la solidarietà espansiva, con cui lo Stato si fa carico del 70% della quota decurtata dagli stipendi dei lavoratori e in cambio chiede nuove assunzioni. Per Telecom sarebbe manna dal cielo dal momento che, come ha spiegato l’ad Marco Patuano agli analisti a febbraio, la società riuscirebbe a svecchiarsi senza appesantire il bilancio grazie anche alle agevolazioni contributive del Jobs Act.

Il problema è però che il governo non ha le coperture per i contratti di solidarietà. I decreti attuativi del Jobs Act attesi in Consiglio dei ministri giovedì 11 giugno prevedono infatti una nuova cassa dalla quale attingere risorse, il fondo di integrazione salariale, che però sarà attivo da luglio 2016 creando di fatto per imprese e lavoratori un “buco” di un anno. L’ipotesi di sperimentare la solidarietà espansiva è, invece, sospesa per mancanza di risorse. Se ne riparlerà, con ogni probabilità, con la legge di Stabilità che il governo dovrà presentare al Parlamento entro metà ottobre. Intanto il sottosegretario Teresa Bellanova e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, stanno valutando la possibilità di cumulare il nuovo ammortizzatore sociale con gli sgravi contributivi per le assunzioni prevista dal Job Acts. Quest’ultima ipotesi, auspicata da Telecom, rischia però di essere una soluzione molto onerosa per le casse pubbliche e, nell’ipotesi peggiore, di finire persino nel mirino di Bruxelles. “E’ evidente che in assenza di un provvedimento e di risorse pubbliche stanziate ad hoc, non sarà possibile applicare la solidarietà espansiva perché i costi a carico dei lavoratori, rappresentati dalla mancata integrazione e contribuzione, sarebbero elevatissimi andando anche a incidere sul futuro della pensione”, spiegano dalla Slc-Cgil temendo che Telecom faccia marcia indietro sulle 4mila assunzioni prospettate a inizio anno.

I sindacati del resto sono a loro volta particolarmente interessati alla faccenda della solidarietà espansiva. C’è da scommettere infatti sin d’ora che, qualora il nuovo ammortizzatore passasse, le organizzazioni dei lavoratori svolgerebbero un importante ruolo di raccordo nella fase operativa. Con il rischio concreto che la grande occasione di rinnovamento aziendale data dallo strumento si trasformi in una lottizzazione sindacale che lascia poco spazio a merito e competenze. Per il Paese non sarebbe certo una novità. Ma un film già visto in Poste Italiane dove, negli anni addietro, per incentivare i prepensionamenti, l’azienda pubblica metteva sul piatto anche contratti per i figli dei dipendenti riuscendo a far accettare buonuscite modeste ai lavoratori vicini all’età pensionabile. Con il risultato che il ricambio nelle Poste c’è stato, ma il maggior beneficiario dell’operazione è stato il sindacato e il suo ramificato sistema di potere.