In vent’anni le tasse locali sono raddoppiate, ma per scelta del governo. Lo rileva la Corte dei Conti nel Rapporto 2015 di finanza pubblica. La magistratura contabile sottolinea in particolare che c’è stato “un contributo alla crescita delle entrate da parte delle amministrazioni territoriali, la cui quota su quelle dell’intera pubblica amministrazione risulta quasi raddoppiata in 20 anni, dall’11,4% del 1995 al 21,9% del 2014. Ma ciò è stato frutto di scelte operate a livello di governo centrale piuttosto che espressione dell’autonomia impositiva degli enti decentrati”. Del resto, sempre sul fronte fiscale, la relazione sottolinea una “intensa produzione normativa negli anni della crisi” (45 negli ultimi 6 anni) che si è “tradotta in aumenti impositivi sul patrimonio immobiliare, sui consumi e sulle rendite”. Tali norme, si legge nella relazione, “non hanno nuociuto alla crescita del prelievo, considerato l’aumento del 3,1% della pressione fiscale”.

E a proposito di tasse, secondo i magistrati contabili se da una parte sono ormai evidenti i segnali di superamento della recessione sperimentata dal Paese, dall’altra resta prioritario restituire la capacità di spesa a imprese e famiglie. Surante il periodo di crisi 2009-2014 la spesa corrente “è diminuita di quasi 21 miliardi al netto delle prestazioni sociali. Sarà dunque difficile aumentare la pressione fiscale”, ha spiegato il consigliere Enrico Flaccadoro. E secondo il rapporto della Corte “un ambiente macroeconomico espansivo sarà necessario per un effettivo allentamento della pressione fiscale. Non possono infatti sottovalutarsi le difficoltà di realizzare pienamente il programma di spending review“.

Un duraturo controllo sulle dinamiche di spesa può ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del patto sociale con al centro una riorganizzazione dei servizi di welfare

Su quest’ultimo fronte la Corte sottolinea come le politiche di taglio della spesa siano state efficaci a tutti i livelli dell’amministrazione, centrale e locale, per quanto riguarda “la spesa per redditi da lavoro dipendente”, visto che il blocco dei contratti nella Pa che sarà al vaglio della Corte Costituzionale a fine mese e il calo del numero dei lavoratori nel 2011-14 ha determinato una diminuzione complessiva della spesa di personale di circa il 5%, pari a 8,7 miliardi in valori assoluti. Anche se, sottolinea il presidente della Corte del Conti Raffaele Squitieri, la sentenza della Consulta sul blocco dei contratti potrebbe “non essere indolore”: “Non abbiamo stime certe se ci saranno richieste le forniremo”, ha detto non sbilanciandosi a commentare la stima dell’Avvocatura generale dello Stato, che ha parlato di 35 miliardi di aggravio, ma ritiene che “delle ricadute sulla finanza pubblica ci saranno”.

Tornando ai risparmi, “per quanto riguarda i consumi intermedi, l’obiettivo di contenimento della spesa appare solo parzialmente conseguito dai livelli locali”. Tanto più che “a fronte dell’urgenza di mirati interventi di riequilibrio degli assetti organizzativi e di revisione della normativa dei fondi unici, l’assorbimento dei soprannumerari delle Province rischia di rendere più difficile l’operazione di riordino che impatta su un quadro disomogeneo e frammentato che evidenzia criticità strutturali, in parte acuite dai recenti interventi di contenimento della spesa”.

Dulcis in fundo il taglio del welfare: “Un duraturo controllo sulle dinamiche di spesa può ormai difficilmente prescindere da una riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo e che abbia al proprio centro una riorganizzazione dei servizi di welfare”, mette nero su bianco il rapporto.  “L’impegnativo percorso indicato dal Patto della salute si muove entro margini finanziari stretti, dovendo affrontare costi crescenti per garantire l’accesso a farmaci e tecniche di cura innovative e offrire assistenza ad una popolazione sempre più anziana. Essenziale sarà, quindi, non solo recuperare i margini di efficienza, ma anche riscrivere al più presto le nuove regole per dare certezza al funzionamento del sistema”, è la conclusione della Corte. Secondo la quale le “condizioni di sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica richiedono la costruzione di una traiettoria macroeconomica ambiziosa di crescita del Pil e della produttività dell’1,5% annuo e un ritorno della disoccupazione al 7%”. Uno scenario “non conseguibile in assenza di interventi profondi capaci di rialzare le dinamiche della produttività totale dei fattori. È in questo ambito che torna centrale la discussione sul programma di riforme“.