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Strage di Castel d’Azzano, tre comandanti dei carabinieri indagati per omicidio colposo plurimo

Questa settimana è iniziato il processo a carico dei tre fratelli Ramponi: rigettata la richiesta di perizia psichiatrica
Strage di Castel d’Azzano, tre comandanti dei carabinieri indagati per omicidio colposo plurimo
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Nell’esplosione morirono tre carabinieri. Ora la Procura di Verona ha deciso di indagare tre ufficiali dell’Arma per omicidio colposo plurimo. Il 14 ottobre del 2025, a Castel d’Azzano, nel Veronese, secondo l’accusa i fratelli Ramponi (Franco, Dino e Maria Luisa, rispettivamente 66, 64 e 60) si barricarono in casa, facendola saltare in aria. Il crollo del tetto provocò la morte dei tre militari.

Da quanto appreso da RaiNews – e poi confermato all’Ansa – la Procura di Verona ha aperto un fascicolo a carico del comandante della compagnia di Villafranca Vincenzo Spataro, del tenente colonnello Antonio Sframeli, allora comandante del reparto operativo, e a carico del colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dei carabinieri di Verona.

Lunedì 26 ottobre è iniziato il processo, intanto, a carico dei tre fratelli Ramponi, che devono rispondere di strage, detenzione di esplosivi e resistenza a pubblico ufficiale. La notte dell’esplosione persero la vita Marco Piffari, 56 anni, comandante della Squadra operativa di supporto del quarto Battaglione carabinieri Veneto, il coetaneo Valerio Daprà, operatore dell’Aliquota di Primo intervento, e il 36enne Davide Bernardello. Altri 25 componenti della task force intervenuti per il sopralluogo nel casolare, tra militari e vigili del fuoco, rimasero feriti. I carabinieri si erano recati nel casolare di proprietà dei Ramponi per eseguire una perquisizione e un’operazione di sfratto. L’ambiente era stato saturato di gas e riempito di bombole e bottiglie molotov.

La notizia della settimana è che la Corte d’Assise di Verona ha rigettato la richiesta di perizia psichiatrica avanzata dalle difese di Franco e Dino Ramponi. L’istanza era già stata rigettata anche dalla gup di Verona Beatrice Marini durante l’udienza preliminare. Nell’ordinanza il presidente Raffaele Ferraro ha precisato che “in questa fase preliminare, prima dell’accertamento dei fatti e dell’assunzione delle testimonianze e delle consulenze, non vi siano elementi sufficienti” per disporre una perizia psichiatrica, né accertare la capacità di intendere e di volere degli imputati al momento dei fatti né per accertare la loro capacità di partecipare coscientemente al processo. “Resta salvo – ha aggiunto il giudice – un’ulteriore valutazione sulla necessità di esperire una perizia psichiatrica nel corso del processo, dopo l’assunzione delle prove”.

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