Alla presentazione del suo primo Milan, Silvio Berlusconi arrivò in elicottero all’Arena Civica sulle note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Era il 18 luglio 1986. Oggi, dopo 29 anni, non è più il proprietario unico del Milan. Ormai stanco e al crepuscolo sportivo e politico, in un caldo pomeriggio di inizio giugno ha stretto la mano di Bee Taechaubol (che ha acquisito il 48 per cento del Diavolo per 480 milioni di euro) e chiuso – almeno in parte – il pozzo rossonero che gli ha prosciugato 600 milioni. In mezzo non c’è solo la storia del club italiano più vincente nel mondo ma quasi tre decenni di Italia scanditi dai suoi soldi, dal suo sorriso e dalle barzellette risuonate a Milanello come alla Casa Bianca. Perché calcio, tv e politica si sono ritrovate nello stesso cocktail tra San Siro, Cologno Monzese e viale Monza ubriacando gli italiani con gol, veline e contratti firmati in diretta nazionale. La fotografia che immortala l’intreccio di successo è datata 19 aprile 1989. Il Milan ha travolto 5-0 il Real Madrid in Champions. I calciatori più giovani vengono convocati all’Assassino, storico locale della Milano da bere e covo dei rossoneri. L’ex Cavaliere aspetta con due amici. Sono Craxi e Forlani. Racconta Alessandro Costacurta che di quegli anni è stato protagonista: “Galliani ci disse che il presidente ci voleva lì. Capitai accanto all’esponente della Democrazia Cristiana, aveva giocato a calcio e molta voglia di chiacchierare. Anche troppa. Dopo un’ora presi coraggio e gli dissi che avevo solo voglia di salutarlo e andare a festeggiare”.

La tentazione di scendere in campo è ancora lontana quando il 20 febbraio di ventinove anni fa assume il controllo del club salvandolo dal fallimento. Ma il Milan diventerà una sezione impropria di Forza Italia per racimolare consensi nei momenti più difficili della sua vita politica. Che sono stati certamente meno di quegli vissuti da numero uno rossonero. Sotto la sua gestione la bacheca si è riempita di 28 trofei, tra i quali spiccano 8 scudetti e 5 Coppe dei Campioni e Champions League. Si fa fatica a scegliere l’undici ideale nello stuolo di campioni transitati da Milanello. Tre cicli hanno fatto impazzire i tifosi e reso unica la sua presidenza. Il primo lo inaugura appena arrivato. “Dobbiamo cambiare il calcio”, spiega ad Arrigo Sacchi che vuole assolutamente sulla panchina rossonera. E l’allenatore di Fusignano rivoluziona tutto. Alla seconda stagione vince il campionato, poi mette nelle mani di Berlusconi la prima Coppa dei Campioni. Il 29 maggio 1989 il Camp Nou è rossonero. Un’invasione mai vista per godersi quella squadra che si muove all’unisono, dove i primi difensori sono i tre olandesi davanti. Doppiette di Gullit e Van Basten. L’anno dopo a Vienna arriva il bis contro il Benfica grazie al terzo tulipano, Frank Rijkaard. Poi la vergogna di Marsiglia costa un anno di squalifica dalle competizioni europee.

Arriva Fabio Capello, si apre il secondo capitolo. Berlusconi è il re dell’Italia calcistica. Il Milan si laurea campione per tre volte consecutive mentre il Paese cambia. Il primo scudetto si festeggia in piena Tangentopoli, il secondo pochi mesi prima che la sedicenne Ambra Angiolini facesse esplodere Non è la Rai su Italia 1 e l’ultimo un mese dopo le elezioni del 27 marzo 1994 che consegnano all’ex Cavaliere anche la politica italiana. Ad Atene, il 18 maggio, i rossoneri conquistato anche la quinta Coppa Campioni distruggendo il Barcellona. È l’anno perfetto. L’ultimo hurrà di Don Fabio alla corte di Berlusconi è datato 1996: lo scudetto numero quindici è griffato da Dejan Savicevic, George Weah e Roberto Baggio. Tre stagioni più tardi toccherà ad Alberto Zaccheroni ricucire il tricolore sulle maglie rossonere grazie ai gol del tedesco Oliver Bierhoff.

Altro cambiamento epocale, altro ciclo. B. è premier quando il 1° gennaio 2002 entra in vigore l’euro e con la nuova valuta paga la faraonica campagna acquisti di quella estate. Firmano in via Turati Simic, Tomasson, Rivaldo, Nesta e Seedorf, arrivato dall’Inter in cambio di Francesco Coco. Il 28 maggio 2003 Andriy Shevchenko aspetta l’ok dell’arbitro Markus Merk, si morde per un attimo le labbra e poi prende la rincorsa. Spiazza Buffon e il Milan è campione d’Europa per la sesta volta. Pochi mesi dopo, alla sua corte, arriva Kakà per 8,5 milioni di euro. È uno dei colpi migliori nella era Berlusconi. Il ragazzo è destinato a stupire. Prima lo scudetto, poi i dieci gol nell’edizione 2006/07 della Champions League, vinta grazie alla doppietta di quel Pippo Inzaghi che ora traballa sulla panchina rossonera. Si riscatta così la notte di Istanbul, la più triste nell’era Berlusconi. Ma da quel successo ad Atene contro il Liverpool, il Milan inizia a scarrocciare. Vince la Supercoppa Uefa e il Mondiale per club qualche mese dopo. Poi arriveranno solo uno scudetto con Allegri e una Supercoppa Italiana.

Nel frattempo scoppia l’affaire Noemi Letizia e inizia a venire a galla il bunga-bunga. Alle amministrative del 2011 il Pdl ha bisogno di voti per non arretrare e i Milan Club consigliano con una lettera l’appoggio a Berlusconi. C’è crisi, di voti ed economica. Anche se i ristoranti sono pieni, come garantisce lui, il Biscione modera le spese. L’ultimo colpo d’ala B. se lo concede con Mario Balotelli, acquistato dal Manchester City per 20 milioni di euro a fine gennaio 2013. Altra tornata elettorale, altro colpaccio. Secondo i politologi l’acquisto di SuperMario potrebbe spostare fino a 400mila voti. Il Pdl è dato per spacciato alle Politiche ma arriva a sfiorare il sorpasso sul Pd di Pier Luigi Bersani.

La sconfitta aveva già avuto inizio con le cessioni di Ibrahimovic e Thiago Silva al Psg. Nel gennaio 2014 viene esonerato Allegri. Seedorf non è uno ‘yesman’ e dura poco. Arriva Inzaghi, l’uomo delle magiche notti di coppa, ma è un fallimento. Berlusconi si riaffaccia a Milanello negli ultimi mesi, dà consigli e inscena ‘hip hip hurrà’ con i giocatori. Vende sogni di Champions League ma il Milan è ormai solo fumo. Mancano gli investimenti e il bilancio 2014 si chiude con un rosso di 91 milioni di euro. Un’agonia troppo grande per chi ha reso il Diavolo una delle squadre più forti del mondo e corre il rischio di venir ricordato per tre anni sottotono. Il Milan è stato un pezzo di cuore e anche un tentacolo utile per il consenso elettorale. Il secondo non serve il più. Il primo soffrirà un po’, ma il magone passa presto davanti a quasi 500 milioni di euro.