Mario Balotelli è un giocatore del Milan. L’attaccante della Nazionale è costato alla società rossonera 20 milioni di euro. Ma potrebbero diventare anche 23 grazie ai bonus previsti da un contratto che permetterà al centravanti ex Manchester City di guadagnare oltre 4 milioni di euro a stagione. Una probabile macchina da gol, sperano i tifosi del Diavolo. “Mario arriva domani!!! – ha annunciato Milan Channel – C’è l’accordio fra i due club. Domani le visite mediche”. Il contratto durerà fino al 2017

Una sicura macchina da voti, assicurano i politologi al servizio di Berlusconi. Super Mario potrebbe portare al Pdl alle prossime elezioni fino a 400mila voti: oltre l’1% su scala nazionale. E, soprattutto, porterebbe fino a 80mila voti in Lombardia, dove al Senato si gioca la partita forse più delicata. Si realizzerebbe quindi la previsione fatta dal Fatto Quotidiano due mesi or sono, in piena crisi di governo Monti, perché il compito della fantascienza, Orwell insegna, è quello di anticipare la realtà. Una realtà fiutata anche dal segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani, che in un tweet ha ironizzato sulla mossa con vuoto a rendere elettorale del Cavaliere: “Ognuno fa campagna elettorale come crede. Oggi ho incontrato la gente a Padova e a Mestre. Berlusconi ha trattato per Balotelli”. Quella di Bersani sarà anche una battuta, ma sdogana una volta per tutte il retroscena politico dell’acquisto del centravanti dal Manchester City e, particolare non di secondo piano, lascia trapelare una certa apprensione dei democratici sulle ripercussioni alle urne del colpo di mercato rossonero. Come nella migliore tradizione berlusconiana.

E’ stato lo stesso Berlusconi nella primavera del 2011, alla vigilia delle amministrative a Milano, a confessare a Porta a Porta che lo scudetto vinto dalla compagine di Allegri avrebbe spostato voti. E se qualche tifoso non fosse stato sintonizzato con la trasmissione di Bruno Vespa, ci avevano pensato i Milan Club a rendere esplicito il volere presidenziale: invitando i tifosi a votare Pdl per fare il Milan ancor più grande. Poi a Milano non è andata bene, ma è stata un’eccezione, perché la storia dimostra il nesso ineludibile tra calcio e politica. Già nel secolo breve sulle nazionali ci hanno marciato le peggiori dittature, dai saluti romani dell’Italia che trionfa ai Mondiali del 1934 e 1938, alla Coppa del Mondo sollevata nel 1970 dal Brasile del generale Médici, a quella dell’Argentina che trionfa in casa nel 1978 mentre la giunta militare stermina un’intera generazione. 

Restando al binomio Berlusconi-Milan invece, la discesa in campo del piazzista di Arcore è accompagnata dalla doppietta scudetto-Champions League realizzata nel 1994 dalla squadra di Capello, Savicevic e Papin. E nell’immaginario collettivo del paese l’uomo che atterra in elicottero a Milanello, a presentare grandi acquisti e mostrare le sue coppe, diventa l’uomo che può portare l’Italia intera alla vittoria. Non a caso il nome scelto per la prima formazione politica è il calcistico Forza Italia, e il colore l’azzurro della nazionale. Se le successive annate balorde dei rossoneri, con i ritorni poco felici di Sacchi e Capello e la sfortunata esperienza di Tabarez, coincidono con Berlusconi all’opposizione. Ecco che la campagna elettorale del 2001 è vinta (anche) grazie al ricorrente nome del funambolo portoghese Manuel Rui Costa, arrivato poi insieme a Filippo Inzaghi (rispettivamente per 80 e 75 miliardi di lire). Come quella vittoriosa del 2008 è segnata dal faccione sorridente di Ronaldinho (25 milioni di euro al Barcellona). 

Perso nel 2006 il duello con Romano Prodi, un Berlusconi di nuovo all’opposizione può permettersi di cedere pochi mesi dopo l’idolo dei tifosi Shevchenko al Chelsea (45 milioni di euro). E siccome la paventata cessione di Kakà al Manchester City nel mercato invernale del 2009 è sconsigliata dai sondaggisti, in previsione della tornata delle Amministrative, il passaggio del brasiliano in Inghilterra salta all’ultimo momento con una toccante sceneggiatura hollywoodiana e promesse d’amore eterno. Ma il Milan dai bilanci in rosso profondo ha bisogno di soldi, e così alla fine cede Kakà al Real Madrid (64,5 milioni) nel giugno 2009. Un’operazione che costa a Berlusconi, per sua stessa ammissione, almeno il 2% in meno di voti alle allora imminenti elezioni Europee. 

Di nuovo all’opposizione, Berlusconi nell’estate del 2012 può permettersi di vendere le uniche stelle della squadra Ibrahimovic e Thiago Silva al Psg (65 milioni incassati per i cartellini e 108 milioni risparmiati di stipendio) e liberarsi degli onerosi ingaggi dei senatori Gattuso, Seedorf e Nesta. D’altronde c’è un altro Senatore, il professor Monti, che sembra saldamente in sella e Berlusconi pare invece sempre più lontano dalla politica. Poi la caduta di Monti che ringalluzzisce Berlusconi. La decisione di tornare in campo in prima persona, e il conseguente bisogno di un coup de théâtre rossonero: prima il corteggiamento del vecchio amore Kaka – ma il Real non lo può mollare, non avendo ammortizzato il costo del cartellino – e poi il nuovo flirt con Balotelli, solo poche settimane fa definito da Berlusconi una mela marcia. Ma le parole, in politica come nel calcio, volano e si dimenticano facilmente. E oggi Mario (Balotelli) è l’arma perfetta per (far) dimenticare l’altro Mario (Monti). Panem et circenses. Al Manchester City vanno circa 20 milioni di euro, a Berlusconi circa 400 mila voti. Se così fosse ogni voto costerebbe 50 euro.

aggiornato da Redazione Web alle 23.06 del 29 gennaio 2013