Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale soppesa l’uscita della Grecia dall’euro. O forse no. Accade anche questo nei giorni della snervante trattativa sul salvataggio di Atene. Nel pomeriggio di giovedì le agenzie di stampa hanno battuto la dichiarazione di Christine Lagarde al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung secondo la quale il Grexit  “è una possibilità”. Immediata la doccia fredda sulle attese circa un esito positivo dei negoziati. Tanto che poche ore dopo la frase è stata smentita da un portavoce del Fondo secondo il quale “le affermazioni attribuite da Faz alla Lagarde non sono accurate, sono citate in maniera non corretta. Ci sono stati problemi con la traduzione”, ha spiegato senza però indicare con precisione quali siano le affermazioni ritenute non corrette. Anche perché oltre ad aprire la porta d’uscita alla Grecia, la Lagarde secondo la Faz aveva detto che “è molto improbabile” arrivare ad un accordo finale nei prossimi giorni. Anche se l’uscita di Atene dall’eurozona “non vorrà dire la fine dell’euro”.

Considerazione quest’ultima non condivisa da Kathrin Muehlbronner, analista di Moody’s sui debiti sovrani, che in un’intervista alla Reuters ha sostenuto che un’eventuale uscita della Grecia dall’euro non segnerebbe un ritorno della crisi del debito del 2012, ma genererebbe rischi di contagio e cambierebbe la natura dell’unione monetaria finora considerata permanente. “Non pensiamo che un’uscita della Grecia sarebbe irrilevante”, ha spiegato Muehlbronner, perché “cambierebbe il volto e la natura dell’eurozona, che dovrebbe essere permanente e invece non si rivelerebbe tale”. L’analista, intervistata a Lisbona, ha messo in particolare in guardia sui rischi per le aree più vulnerabili dell’eurozona, come il Portogallo. Ma vale sempre la pena ricordare che il problema è anche dell’Italia che è creditrice della Grecia per circa 40 miliardi di euro. In ogni caso per la Lagarde se gli europei volessero evitare nelle prossime settimane il rischio di un fallimento della Grecia, dovrebbero a loro volta prendere delle “precauzioni”. E se i presupposti fossero adempiuti, gli stati dell’eurozona e la Bce potrebbero “dare un pò di ossigeno” ai greci. Anche perché, rimarca il numero uno del Fondo, la responsabilità per una permanenza di Atene nell’euro non è del Fmi.

Tradotto correttamente o meno, lo scambio bordate tra Washington e Atene, del resto, era prevedibile dopo che da settimane il governo Tsipras, a fronte delle casse vuote, rimarca di non essere in grado di versare la prossima rata dei suoi debiti all’Fmi: la scadenza è per venerdì 5 giugno e l’ammontare è di 305 milioni di euro. L’esternazione della Lagarde, in questo contesto, è solo la ciliegina sulla torta di una durissima presa di posizione del Fondo Monetario Internazionale sul caso greco. Secondo quanto riferito dall’agenzia Bloomberg, infatti Washington nell’ambito del negoziato con Atene sostiene che la Grecia deve intervenire “in modo deciso” sulle pensioni per ottenere surplus primari “più ambiziosi” e pagare i suoi debiti. Questo a meno che il Paese non ottenga la “ristrutturazione” auspicata dal ministro dell’Economia Yanis Varoufakis. Secondo Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari economici, però, si iniziano a vedere progetti di riforma consistenti ma l’accordo non è vicino come sostiene il governo greco e resta “molto lavoro”.

Tagliare ancora le pensioni, come chiesto dal Fondo sempre secondo l’agenzia Bloomberg, è un’operazione che il governo Tsipras si è sempre rifiutato di prendere in considerazione, visti gli interventi draconiani già fatti dai precedenti esecutivi ellenici negli anni dell’austerity e del memorandum di intesa firmato con la troika. Ma a fronte del minacciato default, Washington è tornato alla carica. Uno dei portavoce ha avvertito: “Ci aspettiamo che la Grecia rispetti i suoi impegni. Perché chi manca i pagamenti non potrà più avere accesso ai finanziamenti. E questo vale per ogni Paese”. Peraltro, ha ricordato, “ripagare il Fondo è importante innanzitutto per tutti gli altri Paesi”. Il sottinteso è che mancare una rata di rimborso è il primo passo verso il default. Che avrebbe conseguenze drammatiche per i cittadini greci ma anche per quelli degli Stati creditori. L’Italia è il terzo Paese europeo più esposto dopo la Germania (60 miliardi) e la Francia (46 miliardi). Un credito che in caso di fallimento della Grecia si trasformerà in una voragine nei conti pubblici. Non è un caso se il portavoce del governo Tsipras Gabriel Sakellaridis ha ammonito che “un’eventuale Grexit avrebbe conseguenze non solo sull’economia, ma anche sull’essenza stessa dell’Unione europea, con una serie di riflessi politici e geopolitici”.

In generale comunque l’esecutivo greco, sia per rassicurare la popolazione sia per motivi strategici, continua a ostentare ottimismo. Sakellaridis, riferisce ancora Bloomberg, ha detto che la Grecia “vuole un accordo entro domenica” e sta facendo del suo meglio per evitare un default, mentre le dichiarazioni che arrivano dai creditori internazionali che “non condividono l’ottimismo” sono dei tentativi di “pressioni sul lato greco per ottenere più concessioni”. Varoufakis però, parlando in Parlamento, non ha abbandonato la linea dura: ha ribadito che l’esecutivo vuole “la ristrutturazione del debito” (la sua proposta, fin dall’inizio, è che i prestiti bilaterali e multilaterali siano sostituti con obbligazioni da pagare solo in caso di andamento positivo del Pil) e definito “asfissiante” la pressione dei creditori sulla revisione dell’Iva.

Non ci sono possibilità di raggiungere un accordo entro domenica, come chiesto dai greci, perché i progressi sono troppo lenti: lo affermano fonti Ue dopo la conference call dell’euro working group che ha cercato di mettere pressione su Atene. Senza intesa entro mercoledí o giovedí non ci saranno i tempi per sbloccare gli aiuti.