A partire dagli anni ’50, con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno, si inaugurò una politica di interventi straordinari per la soluzione dell’annoso problema del dualismo Nord-Sud. Il divario nel Pil pro capite tra Nord e Sud era ormai drammaticamente esploso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Lo si legge bene in questo grafico, tratto da una interessante pubblicazione di Antonio Lepore per la Rivista giuridica del Mezzogiorno, che cita, a sua volta, uno studio dei ricercatori V. Daniele e P. Malanima.

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Si osserva chiaramente il doppio cambio di passo peggiorativo, in concomitanza coi due conflitti mondiali. Queste le premesse che portarono alla decisione di creare un ente ad hoc per fermare l’acuirsi del divario crescente. Un articolo molto interessante della ricercatrice Anna Spadavecchia, dell’Università di Reading (UK), dal titolo “Regional and national industrial policies in Italy, 1950s–1993. Where did the subsidies flow?”, fornisce dei dati scientifici molto interessanti. E’ davvero il caso di tratteggiarli, in modo essenziale, rimandando a una indispensabile, più attenta lettura del testo completo.

Obiettivo dello studio è quello di spiegare i ridotti “achievements” del Sud Italia, ossia i minori risultati, soprattutto a partire dagli anni Settanta. Vengono esaminati i flussi di sussidi regionali disponibili, in quel periodo, con quelli disponibili a livello nazionale, per le politiche industriali.  Lo studio evidenzia bene come, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, l’industria localizzata nelle zone più prospere d’Italia, (il Nord-Ovest), fu oggetto di un maggior flusso di crediti, e illustra come queste politiche abbiano inficiato il conseguimento di obiettivi significativi nel Mezzogiorno a partire da quegli anni. Ciò perché la priorità era evidentemente mutata: non più ridurre il divario tra Nord e Sud del Paese, perché “the new priority was to boost the national economy and its exports”. Sorprendente, se si pensa che alcuni movimenti politici hanno fatto della lotta alla Cassa del Mezzogiorno il proprio maggiore sostentamento, nei primi anni Novanta. Scrive ancora Anna Spadavecchia: “Even taking into account the more generous conditions attached to soft loans in the South and estimating the ‘gift’ element within soft loans, the North-West remains the main beneficiary in the post-1976 period”. Riporto, di seguito, il grafico corrispondente nell’articolo, per una più immediata comprensione di quanto detto.

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Non doveva essere questo l’obiettivo di chi aveva pensato alle politiche di “intervento straordinario per il Sud” che, nei primi due decenni di esercizio (Anni 50-60), avevano avuto quantomeno il merito di mettere il Sud all’inseguimento del Nord, di cucire il paese diviso e lacerato internamente, di spezzare la spirale di povertà innescata nel Sud. Penso a Pasquale Saraceno, che fondò nel 1946 l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez), assertore dell’utilità di fondare la Cassa per il Mezzogiorno, convinto del fatto che l’economia di mercato non avrebbe potuto da sola innescare la riduzione dei divari tra le regioni del Paese, ormai esasperatamente evidenti.
Scriveva Saraceno, con profetica lucidità, visto quel che succede proprio in questi giorni: “l’intervento straordinario è necessario fin quando l’economia italiana risulterà composta di due sistemi, caratterizzati da modelli di sviluppo diversi; ignorare e negare questo persistente dualismo significa conformare l’azione pubblica esclusivamente al modello del sub-sistema più forte, consumando così una sostanziale sopraffazione degli interessi del sub-sistema più debole”.

O, forse, ebbe ragione, nei fatti, Giorgio Amendola, quando scrisse, nel 1957, avverso l’istituzione della Cassa, le seguenti parole: “Ora, in queste condizioni, un ente che volesse attaccare le condizioni ambientali di arretratezza economica, e trattare il Mezzogiorno da zona depressa, isolando queste condizioni da quelle più generali, sociali e politiche, non solo non riuscirebbe a piegare e a vincere questa arretratezza, ma la consoliderebbe, perché, sviluppando la sua azione nel quadro degli attuali rapporti di classe, svolgendo la sua azione nell’indirizzo voluto dall’interesse dei ceti dominanti, ne rafforzerebbe, in ultima analisi, le posizioni di privilegio e di sfruttamento, ribadendo le catene che tengono legate le popolazioni meridionali”.

Inutile affidare al carnefice le sorti della vittima, in sostanza.