Non si sa esattamente chi apparirà negli studi dell’Ed Sullivan Theatre, a New York, per l’ultima puntata del David Letterman Show. CBS tiene segreta la lista degli ospiti, per far crescere l’attesa e l’attenzione mediatica. Quello che si sa, per certo, è che a 68 anni, dopo 6028 puntate e 33 anni di trasmissione, David Letterman se ne va. Stephen Colbert prenderà il suo posto a CBS, da settembre. E sebbene si sapesse dell’addio già da un anno, ora la stampa americana, e non solo, lamenta il ritiro del “gigante della commedia”.

Letterman ha in effetti segnato un’epoca della televisione americana. L’ha portata dall’era di Johnny Carson, che fu il suo mentore e che Letterman sostituì a NBC, fino ai tempi di Jon Stewart; sostanzialmente, dall’epoca in cui la TV era ancora una cosa seria, che rifletteva un’America che credeva in se stessa e in quello che le dicevano in televisione, al momento in cui comici e intrattenitori televisivi, almeno quelli di vaglia, vedono ovunque artifici, menzogne, cose da mascherare. Proprio come Johnny Carson, anche Letterman è un uomo del Midwest – è nato in Indiana – che ha portato nella società dello spettacolo, prima a Los Angeles e poi a New York, la diffidenza e la distanza diventate un tratto distintivo del suo stile. Gli inizi sono come stand-up comedian, al Comedy Store di Los Angeles, insieme a Jay Leno, Paul Mooney, Robert Schimmel. E’ lì che Letterman impara tempi comici, pause, uso della battuta apparentemente ingenua ma in realtà graffiante, che a partire dagli anni Ottanta porta nel Morning Show di NBC e poi nel Late Night, prima ancora a NBC e poi, dal 1992, a CBS.

Letterman è stato, soprattutto all’inizio, uno straordinario innovatore. Le sue gag apparentemente assurde, come quando si avvoltolava nel nylon, diventava un’Alka-Seltzer, gettava ogni tipo di oggetto da un edificio di cinque piani, hanno fatto scuola e sono diventate momenti memorabili della TV americana. “L’anarchia che Dave ha portato in televisione è simile a quella che i Marx Brothers hanno portato nel vaudeville e nei primi film”, ha detto Craig Ferguson, uno dei suoi più intimi e antichi collaboratori. Dei Fratelli Marx, Letterman aveva anche il gusto per giochi di parola, assonanze, cataloghi assurdi (imperdibile la sua “Top 10 List”), straniamenti (la “Monkey Cam”, la telecamera montata sul dorso di una scimmia), personaggi assurdi che comparivano nello show totalmente astratti dal contesto, come il vecchio attore Larry (Bud) Melman.

Con gli anni, Letterman era anche diventato un ottimo intervistatore. Seduto di sbieco, rispetto all’ospite, spesso di poche parole, capace solo di accennare la domanda, aspettando la reazione di chi aveva davanti, Letterman non ha mai avuto paura di mostrare simpatia, o antipatia, nei confronti dell’intervistato. Celebri le sue baruffe televisive con Cher (che lo definì “uno stronzo” in onda), Shirley McClaine, Charles Grodin, Madonna, Bill O’Reilly. Adorati invece Bill Murray, amico di giovinezza, e Julia Roberts, che ha partecipato a ben 26 puntate del “Letterman Show”. La cattiveria, il gusto di spiazzare l’ospite, erano anche un modo per sottolineare e prendere le distanze dall’inevitabile destino cui anche uno show come il suo, su un grande network, doveva soggiacere: e cioè la pubblicità, il fatto che la gran parte dei suoi ospiti si sedevano davanti a lui per fare pubblicità a film, spettacoli, libri.

Se parte della genialità rivoluzionaria degli inizi è andata col tempo perdendosi, Letterman non ha mai perso due qualità fondamentali, che hanno fatto la differenza e hanno continuato a imporlo come un “gigante della televisione”. Da un lato la sincerità, spesso disarmante, con cui davanti allo schermo ha confessato cose importanti e imbarazzanti: un infarto, la depressione, il tradimento della moglie. Quella stessa sincerità è anche la ragione per cui Letterman, proprio con Bill O’Reilly, non ha avuto paura di dire che “a Bush e Cheney non importa un fico secco degli americani”. (E celebre, per restare in politica, è il suo ritorno sugli schermi dopo l’11 settembre, con l’inizio sui tempi “terribilmente tristi” che la città stava vivendo). L’altra qualità essenziale di Letterman è stata la capacità di essere auto-ironico, auto-accusatorio, mai in pace con se stesso. Non ha nascosto gli insuccessi, i fallimenti, ha sempre sottolineato di arrivare secondo, per indici di ascolto e guadagni pubblicitari, dietro il suo rivale Jay Leno. Da uomo di televisione, Letterman ha mostrato fastidio per la televisione, sospetto nei confronti della celebrità, disdegno per la popolarità facile che il grande schermo riesce a portare.

Partito come un comico dalla battuta facile, nella tradizione dei suoi amici e colleghi – Steve Martin, Chavy Chase, Bill Murray – Letterman conclude la sua parabola televisiva con una nota prevalentemente malinconica, di ironica flagellazione di sé e degli altri, che è forse l’ultima personificazione assunta dal suo essere uomo del Midwest, sospettoso di fama, onori, luci della ribalta. Letterman è come “Holden Caulfield – ha scritto Emily Nussbaum, la critica televisiva del New Yorker – timoroso di sembrare (o diventare) falso, di sembrare (o diventare)un traditore delle origini”. Non è un caso che nell’addio domini, soprattutto, una nota di malinconia, lontana dai trionfalismi, simbolizzata nell’Ed Sullivan Theatre che da domani non accenderà più le sue luci.