Chiediamo di poter essere sentite dall’autorità competente, per poter approfondire i temi sopra accennati, riteniamo di doverlo fare per un intimo senso di giustizia e di appartenenza a uno Stato che dovrebbe essere integrato da istituzioni democratiche”. In calce, i nomi di quattro giudici popolari, su sei della Corte d’assise: l’esposto era pronto per essere consegnato al Csm. “Poi qualcuna ha avuto timore di esporsi”, racconta una delle giurate, “e non se n’è fatto più nulla: o firmavamo tutte o nessuna”.

Il Fatto Quotidiano ha potuto leggere la bozza dell’esposto. Un documento privato che non reca alcuna firma, ma conferma l’intenzione, da parte di alcuni giudici popolari, di raccontare la propria versione dei fatti sulla sentenza per la mega discarica di Bussi. Una sentenza che, il 19 dicembre scorso, ha visto assolvere dal reato di avvelenamento delle acque i 19 imputati – tutti ex dirigenti ed ex tecnici Montedison – condannati invece, con reato caduto in prescrizione, per disastro ambientale colposo. Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare il contenuto del documento, suddiviso in cinque punti. L’incipit dimostra che l’esposto nasce dopo aver letto le motivazioni della sentenza: “Dopo aver letto sui giornali, e poi direttamente, per presa cognizione personale (avuta solo dopo la conclusione del processo) delle motivazioni della sentenza, esponiamo quanto segue…”.

L’ultima cena prima del verdetto
Il primo punto riguarda la cena del 16 dicembre 2014 – tre giorni prima della sentenza – in cui le giudici popolari sono a tavola con i giudici togati Camillo Romandini (presidente) e Paolo Di Geronimo (a latere). Durante la cena si discute della possibilità di condannare gli imputati. Romandini – si legge nel documento – insiste sulla “impossibilità di emettere una sentenza di condanna avverso gli imputati del gruppo Montedison-Edison poiché ciò avrebbe implicato ingenti danni economici”, ovvero richieste di risarcimento dei danni da parte degli imputati apparentemente non ipotizzabili nei termini descritti. Di più. Per semplificare, il presidente della Corte, rivolgendosi a una giudice, avrebbe illustrato il “rischio della perdita del suo locale, nel caso in cui avesse concorso a pronunciare una sentenza di condanna, specie per riconoscimento del dolo dei delitti contestati”. Il documento usa la parola “sgomento”, riferita agli argomenti in questione, aggiungendo un ulteriore dettaglio: Romandini avrebbe affermato che, in seguito all’azione civile, la giudice non soltanto avrebbe rischiato la perdita del locale ma “addirittura dell’intero stabile di insistenza”.

Negata la lettura delle carte processuali
Il secondo punto riguarda la lettura degli atti. “In più occasioni” chiedevamo “di poter visionare e leggere atti e documenti processuali, mossi dalla necessità di approfondire gli argomenti esposti in camera di consiglio”. I giudici togati però “evidenziavano l’impossibilità di noi giudici popolari di studiare l’enorme mole cartacea di documenti, compendio del fascicolo processuale che, di fatto, veniva sottratta alla nostra presa di visione”.

“Quando il giudice disse: ‘L’Avvocatura rompe’”
Nel terzo punto il documento racconta un episodio – anch’esso avvenuto fuori dalla camera di consiglio, quindi non segreto – legato alla pausa dell’udienza del 10 ottobre 2014. “Manifestavamo – si legge – apertamente la volontà di addivenire a una pronuncia giudiziale coraggiosa, in linea con le soluzioni date dall’Avvocatura dello Stato, rappresentata da Cristina Gerardis, e di lì a poco ascoltate in udienza. A fronte di tale spontanea dichiarazione il giudice a latere dottor Paolo di Geronimo ci rintuzzava dicendo: ‘L’avvocato Gerardis fa una sola cosa: rompe’”.
Il documento non entra nel merito delle camere di consiglio, ma fa ancora riferimento alle “pause di udienza del processo”, durante le quali “veniva sin dall’inizio e costantemente ripetuto e palesato ai sottoscritti, reiteratamente, e senza altre spiegazioni giuridiche o sostanziali, che non si poteva condannare gli imputati, tanto meno per dolo, perché non si poteva fare il processo alle streghe. Si insisteva sempre e solo sul fatto che ‘il dolo non c’era, l’intenzione non c’era’”.

“Non si votò sulla decisione”
Con l’ultimo punto si giunge alla sentenza: “Le sottoscritte conservavano un intimo convincimento diverso da quello dei giudici togati, e avrebbero gradito di poterlo esprimere nel corso di una regolare votazione, ma alcun procedimento di tal genere ha invece connotato l’iter con il quale si è deciso il processo di Bussi”.
La bozza dell’esposto in questione non è poi stata firmata né presentata al Csm che, però, dopo le rivelazioni del Fatto Quotidiano, ha aperto un fascicolo sulla vicenda e potrà sentire le giudici popolari. E mentre il ministero di Giustizia ha chiesto gli atti, per valutare l’invio degli ispettori, ieri la Procura di Chieti ha ufficialmente aperto un fascicolo – per ora contro ignoti – sulle dichiarazioni delle giurate. Fascicolo che sarà trasferito alla Procura di Campobasso, che ha competenza sui magistrati abruzzesi.

Da Il Fatto Quotidiano del 15 maggio 2015