La storia e il paradosso si ripetono. Ci vogliono disgrazie per rendere veloci le “pratiche” della burocrazia e fare i “miracoli”. Ma non a spiegare le cose. In Sicilia, questa regola – che chiamerei “paradosso della disgrazia” – è sfacciata: da disgrazia a paradosso e ritorno, in pochi giorni.

Del crollo del viadotto Himera sulla autostrada Catania-Palermo, sappiamo (quasi) tutto. Un mese fa, il 10 aprile, una frana, e quel ponte viene giù. Una disgrazia e la Sicilia di nuovo divisa in due. La Regione che piange il miliardo circa di Pil regionale che si perderà, i sindacati che strepitano (“lo avevamo detto”), ma soprattutto i cittadini che non sanno come spostarsi, perché non c’è alternativa alla A19.

Quei 190 chilometri di autostrada spezzata non permettono più di fare quel percorso in meno di due ore. Il che era stata, mezzo secolo fa, una rivoluzione. Che fare, c’è un’alternativa?

Sì che c’è ed eccola, alla velocità della luce. Un treno superveloce che in due ore e 40 minuti copre il percorso. Detto, fatto. Le ferrovie dello Stato lo mettono sui binari e in meno di un mese, voilà, il gioco è fatto. Ma come fatto? E poi: perché non lo si faceva prima per aiutare i cittadini, i commerci, il turismo e inquinare meno?

Buona e ingenua domanda. Vediamo un po’ di capire.

Da qualche anno, la Regione ha comprato con eco-finanziamenti ottimi treni, chiamati “Minuetto (perché la fantasia dei nomi supera sempre la realtà) che hanno poltrone più grandi e più comode di quelle degli aerei. Non credo che li abbia comprati prevendo il crollo dell’Himera, ma il treno era lì e allora, dopo la disgrazia, subito sui binari!

Allora, ricapitoliamo: due Sicilie (per chi crede in queste banalità) unificate da una linea di asfalto, la A19. Crolla un ponte e le Sicilie tornano due. L’autostrada che da 40 anni ha accorciato un ipotetico “abisso”, non c’è più, per mesi o anni.

Io sono nato a Catania e quando sono andato a vivere a Palermo, nel 1985, su quella autostrada ci ho consumato un’auto e mezza. 190 km in 1 ora e 40, una meraviglia, una cosa moderna. Anche perché io me lo ricordo mio padre che, negli anni 60, per andare a riunioni del suo Consiglio regionale dell’ordine a Palermo prendeva l’aereo Itavia da dieci minuti di volo, poco “ecosostenibile” e dai prezzi impossibili.

Ecco, prima del crollo dell’Himera le ferrovie-diligenza impiegavano 6 ore e mezza a coprire quei 190 km, come andare da Roma a Milano e ritorno e poi allungarsi fino a Napoli. Eppure, eppure, dopo il viadotto crollato, le ferrovie dello Stato (che da decenni smantellano la rete nell’isola: da Messina ad Agrigento ci vogliono 8 ore!) tirano fuori dal cilindro e mettono in piedi quel treno Ct-Pa che ci mette 2 ore e 40. Ma guarda! Magia!

Altra domanda: ma non ci si poteva pensare 40 anni fa?

Il crollo dell’Himera e l’invenzione del treno superveloce fa tornare a galla una vecchia “melma” (e scusate l’eufemismo) del sistema dei trasporti locali fondato in Sicilia sui soldi ai privati e pone una domanda.

Perché da mezzo secolo, chi si sposta in Sicilia tra le due principali città, deve usare l’auto o sovvenzionare un sistema di autobus in mano a cinque aziende private (finanziate dalla Regione con 160 milioni all’anno), anziché avere il treno? Dobbiamo sperare, per restare al paradosso, che crollino altri ponti per avere anche un treno Messina-Agrigento che – per coerenza sinfonica – chiameremo “Adagio” o “Andante”?