Appaiono sei black bloc, si preparano in pochi secondi e si mettono a piramide uno sopra l’altro. Tre file, in equilibrio perfetto, poi un urlo secco e rapido, una “a” prolungata. Niente macchine date alle fiamme e vetrine in frantumi, ma un paio di inservienti (veneti) insospettiti che avvisano tre poliziotti (calabresi) che si insospettiscono a loro volta. “Sapete com’è, sono scesi da una barchetta e non passando dall’entrata”, dicono gli inservienti. Signore e signori ecco la Biennale Arte di Venezia numero 56 (9 maggio- 22 novembre 2015), sfondo Giardini, primo pomeriggio di uno dei tre vernissage ufficiali di All the world’s futures. Fraintendimento alla Alberto Sordi, tra chi fotografa divertito e chi telefonino alla mano si chiede se ciò che ha visto è arte. Anche perché dopo un po’ il sestetto avvicinato dalla polizia, in performance estemporanea a mezzo metro dal padiglione israeliano, risale sulla barchetta e se ne va. Un’epitome perfetta per gli spazi di Arsenale e Giardini veneziani, dove l’interrogativo di fronte alla creazione, rimane vivo, vegeto e, visto che Marx e il suo Capitale sono declamati negli spazi Biennale ad ogni ora del giorno – a dire il vero non si percepisce granché l’operazione comunismo pop -, che lotta insieme a noi.

Nel padiglione Francia, raffinato of course, e non è luogo comune, c’è un pino marittimo semovente, con blocco di terra e radici che sbucano alla base, a spostarsi lentamente nel salone centrale, emettendo un suono impercettibile che deriva dal fruscio dei rami, mentre a fianco, su tre lati, nelle sale laterali i visitatori sono invitati a sdraiarsi su comodissimi e lunghi divani per osservare e percepire l’incidere lentissimo dell’arbusto/bulbo. L’ibridazione tra natura e macchina è il tratto tipico di Revolutions di Celeste Boursier-Mougenot, un’oasi organica che fluttua in mezzo allo svacco di molti astanti. Anche se le pause non sono consentite nel tour de force “vernice” di bulimia del contemporaneo. Slalom tra flute, pizzette e spiedino di frutta per una fauna dantesca che preferisce un look hypster nel taglio degli abiti da indossare in una rigorosa dissolvenza in nero.

Se c’è una costante ben più di qualsiasi poetica d’artista, in questa Biennale 56, è un lugubre nero portato con disinvoltura tra strette pantacalze, camicie, giacchette sfiancate e gonne lunghe alla caviglia. Tetraggine come nel padiglione svedese all’Arsenale che vive e palpita nell’oscurità; o come il padiglione Cile immerso anch’esso nel nero di un passato dittatoriale invadente dribblato e accerchiato dalla Poetica della dissidenza di Paz Errazuriz e Lotty Rosenfeld, fotografie di pazienti di ospedali psichiatrici o di travestiti di Talca nella loro sempiterna trasgressione politica. Uscire alla luce accecante della Venezia di maggio è fondamentale, ma a rischio incidente con questi graziosi “golf cart” dall’andatura lenta a trasportare anche inaspettati ventenni senza più voglia di camminare, tramortiti da spazi in svendita: quello degli Emirati Arabi Uniti che pare un suk di robivecchi da mercato dell’antiquariato e quello della Santa Sede, più onor di firma che di sostanza se non fosse per quella magnifica sequenza di 9 scatti in bianco e nero firmati da Mario Macilau nel 1984 con i ragazzi di strada di Maputu.

Diversi i curatori di padiglioni in questa Biennale, nonostante la t-shirt che gira, divertendo, “curators on strike”. Vincenzo Trione che cura il padiglione Italia ha selezionato 15 artisti, tra loro Mimmo Paladino e una folgorante raccolta fotografica – Torsi – di Paolo Gioli, che forse perché rinchiusi nella formula del “codice Italia”, che li obbliga ad un confronto asfittico con la tradizione e la cultura del belpaese, sembrano a tratti proporre opere inanimate. Anche se forse il padiglione meno convincente della Biennale 56 è proprio il dirimpettaio dell’Italia, la Cina, dove cinque artisti underground rimescolano musica, arte, coreografia e new media in uno spazio più vicino alla festa provinciale di paese. Se c’è invece qualche lavoro che davvero colpisce lo si trova soprattutto ai Giardini.

Il padiglione Uruguay che ospita Marco Maggi e la sua Global Myopia è forse l’opera più spiazzante dell’intera Biennale. Preceduta da una serie di matite puntate contro un muro e sospese in aria da altrettante corde che le fanno diventare frecce di archi, c’è una stanza bianca, all’apparenza vuota, ma che se osservata con attenzione rivela alle pareti decine e decine di infinitesimali accorgimenti in rilievo come fossero infiniti microcircuiti di un sistema mondo che solo grazie all’avvicinamento dello sguardo del soggetto all’oggetto (la miopia del titolo) trova la sua brulicante esistenza. Ancora, il padiglione Olanda, un’autentica tassonomia di piante, sassi, rami, conchiglie, foglie e falcetti, prodotta come da tradizione dal biologo e naturalista, rigorosamente in minuscolo, herman de vries, accompagnata da un tondo ed enorme tappeto di fiori imbozzolati e rinsecchiti a decorare lo spazio che muove all’interrotto rapporto uomo/natura, e che lascia letteralmente cullati e ipnotizzati come sempre di fronte alle trovate dell’anziano artista.

Il padiglione VenezuelaI Give you my word con Argelia Bravo e l’artista di strada Flix – denota un’arte materica apparentemente povera che irrompe nel politico grazie a questi personaggi incappucciati dei video della Bravo, o al ludico groviglio di linee di Flix. Ancora il “giallo” padiglione inglese con le provocazioni d’antan di Sarah Lucas che fanno sempre il loro deciso effetto spiazzamento tra sigarette infilate negli orifizi di mezzi corpi dalla vita in giù teneramente adagiati tra gatti neri fatti di fil di ferro e collant come spompati dal silicone. Senza dimenticare il vitalissimo padiglione belga, anzi del Congo belga, il più marxista e anticolonialista di tutti quelli in mostra; o l’esuberante barocchismo dello spazio spagnolo con tanto di edicola fasulla che offre titoli ad effetto su Berlusconi.

Perché se tutto il mondo è paese, alcune nazioni sono più paesi di altre. E’ curioso infatti che tra i padiglioni e l’arte di Germania e Grecia vengano confermati gli stereotipi culturali che accompagnano la cronaca quotidiana: lo scontro nazionale prosegue tra Fabrik, lo spazio teutonico che rispetta il meccanico, ordinato, ultraconcreto incedere tedesco grazie alla costruzione di un luogo, la fabbrica, dove si producono beni e da quello si parte per riflettere sul “futuro”. Dall’altro i greci riproducono uno sgangherato negozio di pellami – Why look at animals? – che quasi pare vedere sgambettare, perdendo svolazzanti piume, arcaici animali da cortile, in uno spazio svuotato da ogni comfort. Infine il culmine sensoriale della Biennale 56 si tocca provando a camminare altrove: sulla sabbia di Speculating on the blu del padiglione Kosovo o sulle morbide acque del Tuvalu Pavillon. Anche se alla fine è il terrificante ghiaino Arsenale a riportare tutti i visitatori alla triste realtà di un incedere accidentato.