Renzi inizia il discorso di inaugurazione di Expo Milano 2015 con le parole: “l’Italia s’è desta, siam pronti alla vita“. Qualcosa vi sembra stonare? L’inno di Mameli in effetti recita “siam pronti alla morte“, ma secondo il direttore del coro dei bambini Stefano Barzan a stonare in bocca a dei bambini, dopo 168 anni, era la versione originale.

La modifica è stata sottoposta al premier che non solo l’ha approvata, ma l’ha usata come incipit del suo intervento.

Piegare la tradizione per fini di immagine non è niente di nuovo in quell’ambiente, un’operazione di marketing che proietta Renzi ed Expo oltre la Coca-Cola, la quale negli anni ’30 chiuse la storia del vestito di Babbo Natale fissandolo definitivamente nei colori della sua stessa etichetta, bianco e rosso, grazie a massicce campagne pubblicitarie. Quei colori prima apparivano di rado nell’iconografia del personaggio. Il colosso delle bevande, sponsor di Expo, manda da anni in giro la storia che sia stato lui ad inventare l’intero personaggio.

Solo una fiera del marketing estremo come Expo poteva trasformare per esigenze di immagine l’inno nazionale del Paese ospitante. A parte l’aspetto politico e tradizionale dell’atto, cerchiamo di analizzarne la ragione comunicativa.

La modifica apportata all’inno -da “siam pronti alla morte” a “siam pronti alla vita”– è enorme ma semplice: si passa da un canto di morte, che Freud attribuirebbe all’istinto di morte e Fromm ad una società necrofilia (che prova attrazione per ciò che è inanimato) ad un canto di vita, proprio di una società biofila. L’inno di Mameli per il periodo e il background dell’autore, così come tutti i canti di guerra come quelli nel periodo fascista, inneggia alla morte. La paura della morte che poteva riscontrarsi in guerra veniva esorcizzata dai canti e dai motti mentre la cultura che veniva promossa nella società era quella del desiderio di morire per una causa maggiore. Al contrario, una società che preme per la vita è una società che ripudia la guerra e ha cura del benessere fisico della sua popolazione.

Perché l’Expo, una fiera sul cibo, il cui slogan è “nutrire il pianeta”, ha ancora l’esigenza impellente di passare per biofila arrivando perfino a storpiare l’inno?

Perché un campo di pannocchie tutte uguali, coltivato con semi brevettati dalla Monsanto -partner di Expo- che diffonde Ogm e pesticidi in quasi tutto il pianeta non è proprio il simbolo di qualcosa di salutare; perché Mc Donald’s, la cui espansione detta sistemi di allevamento intensivi e l’aumentare di malattie quali l’obesità, non è sinonimo di benessere fisico nell’immaginario collettivo. Di esempi ce ne sono a decine, tanti quante le multinazionali che partecipano all’evento.

Dopotutto anche Hitler, per simili ragioni comunicative, osservava una dieta vegetariana, mentre ai suoi ospiti veniva servito un pasto regolare. «Se veniva in tavola del brodo di carne» riferisce Albert Speer «potevo essere certo che avrebbe parlato di “tè di cadavere”! (A. Speer, Milano 1971.). Oltre a schernire chi mangiava carne, il dittatore aveva come migliore amico un architetto, Speer appunto, attraverso il quale esercitava l’attività che più lo appassionava: l’urbanistica. Un assassino che criticava chi mangiava ‘cadaveri’, un distruttore che amava costruire? Sì, proprio per nascondere quegli impulsi che non voleva ammettere a se stesso e ai suoi cari, Hitler ostentava artificiosamente un carattere opposto a quello vero.

L’Expo ha bisogno di una vernice che ne copra l’immagine di un contenitore di aziende che anziché nutrire il pianeta lo affama, distruggendo le piccole imprese e sfruttando i Paesi più poveri; che anziché creare vita distrugge il territorio con cemento e sistemi di allevamento e agricoltura non sostenibili.

I soldi superano il patriottismo nella scala dei valori, e oggi, se il marketing lo richiede, si può cambiare anche l’inno nazionale.