Nel suo articolo di ieri sull’Italicum Marco Travaglio ha magistralmente spiegato, non solo ai lettori del suo quotidiano, ma anche agli onorevoli parlamentari della nostra Repubblica cosa realmente bolle nel pentolone di Renzi, perché anche se lui ce la mette sempre tutta a spiegare con fare serioso e suadente (come ha fatto anche ieri, ospite straordinario del Tg1) le ragioni, e soprattutto l’urgenza, delle sue riforme, la sua suadenza è già diventata ormai abbondantemente obsoleta. Un po’ quello che accade con le ‘finte’ che gli attaccanti fanno ai difensori nelle partite di calcio: all’inizio funzionano, ma poi non ci casca più nessuno e ne devono inventare di nuove se vogliono arrivare in porta.

Dopo un anno abbondante di impetuoso e arrembante governo è però molto difficile che adesso lui riesca ancora a inventare qualcosa di nuovo in grado di incantare i consumati politici di lungo corso. Certamente non lo è questo indigesto Italicum. L’Italicum, infatti, dovrebbe finalmente e definitivamente mettere in soffitta l’attuale legge Porcellum che, benché dichiarata incostituzionale nel dicembre 2013 dalla Corte Costituzionale italiana, è tuttavia proprio la legge che nel febbraio del 2013 ancora regolava le elezioni in Italia, e ha perciò consentito l’elezione di tutti i parlamentari (630 deputati e 315 senatori) che popolano l’attuale Parlamento italiano.

Abbiamo quindi un Parlamento costituito da eletti sulla base di una legge dichiarata incostituzionale e un governo la cui solida maggioranza non è basata sulla scelta degli elettori ma sulle alchimie di un premio di maggioranza inserito in quella stessa legge. Con questa ambigua maggioranza parlamentare Renzi vorrebbe ora forzare tutti gli equilibri costituzionali imponendo al Parlamento e a tutti gli italiani una nuova legge elettorale (l’Italicum appunto) che invece di ripristinare la costituzionalità, è per certi versi persino peggiore della Porcellum, poiché continua nella sostanza a proporre candidati scelti dalle segreterie dei partiti (che così si circondano di parlamentari fedelissimi alle segreterie anziché agli elettori) e accentra in modo spropositato il potere esecutivo e politico (quindi anche legislativo) nelle mani di un uomo solo che già ora concentra su di sé, pur non essendo mai stato eletto in Parlamento, sostanzialmente tutto il potere esecutivo, politico e legislativo nelle sue mani.

A questa pericolosa concentrazione di potere Renzi aggiunge l’ulteriore difetto (non pregio!) di essere anche il più giovane leader politico a guidare la nazione da quando l’Italia (nel 1946) è diventata una democrazia. E’ tipico dei giovani agire con irruenza e arroganza, tutto il contrario di ciò che deve fare un buon politico. Nella sua fretta di fare le riforme, egli dimostra di non tenere in alcun conto la necessità di verificare a quali risultati portano e se sono nell’interesse dei cittadini.

In questo senso Renzi si rivela come un frutto immaturo diventato indigesto. Infatti, a parte i suoi giovanissimi e fedelissimi paladini, tutti gli altri politici, compreso diversi del suo stesso partito, manifestano ormai netta contrarietà o forte dubbio e fastidio alla sua richiesta di sostegno ad approvare una legge che, studiata esclusivamente allo scopo di garantire la governabilità, ha tuttavia dimenticato clamorosamente l’esigenza, certamente superiore, di garantire insieme anche la democrazia.