L’ultima volta che Lucia e Aldo si sono incontrati, si sono raccontati che non sarebbe stata l’ultima. Hanno preso le biciclette e hanno girato per i sentieri dell’Emilia di pianura mentre “la guerra faceva spostare pezzi di cielo” sopra di loro. “Insegnami una canzone nostra che se mi fucilano voglio cantarla prima di morire”, ha detto lui, uno dei sette fratelli Cervi, a lei, partigiana, attrice, militante comunista. Non siamo più la Comune di Parigi, non più gruppi isolati e divisi, ma la gran classe dei lavorator, intonò Lucia. Il figlio di singher e la figlia dei saltimbanchi con i buratein ridevano in faccia alla morte così, guardando indietro ai mesi di militanza e sapendo di aver contribuito a creare una coscienza civile di persone che poi avrebbero rifatto l’Italia. La storia la racconta la prima volta Alcide Cervi, il papà dei sette partigiani fucilati poche settimane dopo (era il 28 dicembre 1943) dai soldati repubblichini di Salò. Ora Laura Artioli l’ha messa in un libro, Ma il mito sono io: storia delle storie di Lucia Sarzi. Il teatro, la resistenza, la famiglia Cervi (edizioni Aliberti 2013).

ma il mito sono ioChe quel pomeriggio in giro in bicicletta sia successo davvero o no in realtà poco importa, perché le strofe sussurrate a mezza voce vestono così bene sul corpo di Lucia che è difficile non crederci. La figlia di Francesco Sarzi è tutta lì, in una canzone e in una rivendicazione. Mai un’intervista, mai un discorso pronunciato dai palchi della memoria, di lei restano racconti e soprattutto infinite versioni riportate a menadito da chi l’ha vista calcare palchetti nelle piazze di pianura o chi ha avuto la fortuna di dividere con lei il pane nei pomeriggi di nebbia. Poche notizie certe, solo un mucchio di ricordi degli anni in cui la sopravvivenza dipendeva dall’arte di essere invisibili. “A me basta che mi dicano che sono stata partigiana – disse Lucia secondo le testimonianze riportate nel libro di Artioli – Se poi vogliono aggiungere che sono stata la staffetta dei Cervi tra le tante cose che ho fatto, per me è la gratificazione più grande“.

“Poi ci saranno altre donne finite dietro le sbarre, ma io sono stata la prima, il mito sono io”

Attrice figlia di artisti, donna forte figlia di uomini forti, è stata la prima a essere arrestata dal regime fascista (“Poi ci saranno altre donne finite dietro le sbarre, ma io sono stata la prima, il mito sono io”, raccontava) ed è stata la meticolosa tessitrice di rapporti e legami tra gli antifascisti nelle pianure del nord Italia. Lucia che di sera recitava la Tosca e poi si sedeva sul palco e leggeva ad alta voce il Capitale. Viveva di libri, la figlia dei guitti e soprattutto, lei primogenita, aveva avuto il privilegio di poter leggere il giornale, la mattina, insieme al padre.

“A me basta che mi dicano che sono stata partigiana. Se poi vogliono aggiungere che sono stata la staffetta dei Cervi tra le tante cose che ho fatto, per me è la gratificazione più grande”

Tra le poche tracce rimaste di lei c’è un certificato di nascita, anno 1920 ad Aquanegra sul Chiese in provincia di Mantova. Venuta al mondo in una compagnia teatrale, farà di se stessa una casa e dell’andare una necessità. I Sarzi-Madidini (bisnonno, nonno e papà) furono gente che buttò alle spalle le poche certezze per l’arte con il coraggio di chi ha tutto da perdere. C’è sempre una piazza nei loro album di fotografie e poi un pubblico, fatto di realtà e legami, fatto di persone. Molti anni dopo con loro reciterà anche Fellini, ma prima ancora un altro regista li aveva conosciuti: Cesare Zavattini, uno nato anche lui con i piedi nel fiume. “Agh’andava – raccontava lo scrittore di Luzzara – i puvrett e i sgnur perché i buratein avevano la faccia della gente”. Era tutto lì il segreto, i Sarzi con le marionette portavano sulla scena le vite: parlavano italiano e ripercorrevano fatti di cronaca. Sarà così anche sotto il fascismo, quando Lucia insieme al padre passerà alla prosa: si aggirava la censura mascherando l’impegno politico con quello civile. E così capitava di storpiare un copione semplicemente allungandone una virgola.

La rivoluzione è tutta nella cultura: lì si incontrano la famiglia dei Sarzi e dei Cervi. Quelli artigiani della parola, questi promotori del sapere dei campi per non farsi trovare impreparati a ogni raccolto. C’è una coltre di mito a sciupare le loro storie, quando basterebbe averli ascoltati per sapere che non c’era bisogno di inventare nulla. Papà Cervi portò il trattore in campagna quando tutti pensavano fosse un pazzo. Lucia Sarzi leggeva e leggeva e poi chiedeva agli altri di leggere. Libri, volantini, giornali e incontri. Sarà lei a distribuire L’Unità dalla Lombardia alla Romagna negli anni più duri della guerra. A ricordarlo uno che con lei ha diviso la clandestinità: Giorgio Amendola. Insieme Lucia e i Cervi tirarono un sospiro il 25 luglio del 1943 quando la parte più dura sembrava essere alle spalle e invece era solo un nuovo inizio. L’attrice e partigiana morirà una prima volta il giorno della fucilazione di Aldo e dei suoi fratelli, quando si fecero trovare tutti insieme e non tornarono più nel casolare dei Campi rossi. Morirà poi a Modena di malattia nel 1968, dopo essere diventata moglie e madre, dopo aver ripreso la strada per recitare ancora e due giorni dopo aver visto il film di Gianni Puccini che la renderà conosciuta all’Italia: I sette fratelli Cervi.

Era bella Lucia, di un bello che non si può dire per paura che sia un modo per screditarne la sua testa che sempre ronzava di pensieri e che l’ha resa quella che è (perché è ancora). “Era lavata e non stirata”, disse Maria Cervi, figlia di Antenore, una che l’attrice la vedeva da dietro le sottane della mamma a cui si aggrappava di nascosto ancora piccola. Padrona di sé più delle sue coetanee, soffocava forme e femminilità nei lacci delle sue battaglie. “Io non credo che Lucia sia mai stata felice”, ha detto nel 1998 il fratello Otello. Forse non era nemmeno questione di felicità, ma di avere la testa pesante di nebbia e consapevolezza che qualcosa qualcuno avrebbe pur dovuto fare: Non siamo più la Comune di Parigi, noi siamo la classe dei lavorator.