Grazie al cellulare di ultima generazione e al tablet, è sempre on-line. Col pretesto della crisi “rinuncia” ad acquistare i giornali, e può rinunciare senza grandi rimpianti anche ai libri, ma non potrebbe mai fare a meno del suo smartphone. Usa i media digitali non soltanto per comunicare, ma anche per compiere vere e proprie azioni, come fare un bonifico o prenotare una visita medica. Si informa certo, e anche spesso, però lo fa allo stesso modo in cui consuma dello street-food: rapidamente e senza approfondire. Se è una donna, verosimilmente è un target interessante per gli editori, perché tuttora potrebbe essere propensa ad acquistare un settimanale. Se è un uomo, a quanto pare, forse è più portato ad integrare più fonti d’informazione tra mezzi analogici e mezzi digitali, perché è su internet molto spesso. Quello descritto nel Dodicesimo Rapporto sulla comunicazione curato da Censis e Ucsi, intitolato “L’economia della disintermediazione digitale”, non è l’italiano del futuro prossimo, è già il cittadino del tempo presente. E il ritratto conferma in pieno che è in atto un processo in grado di ridisegnare in modo trasversale, e tutt’altro che scontato, tante categorie di consumo mediatico del nostro Paese.

Tre, secondo la ricerca, le tendenze principali di questa mutazione. La prima, su cui qui ci si soffermerà di più, è una moltiplicazione delle fonti d’informazione che riscrive le gerarchie e apre le porte a un assemblaggio del tutto autonomo della propria dieta informativa. In poche parole, ogni utente possiede ormai stabilmente un proprio palinsesto personale, costruito secondo logiche del tutto autonome e soggettive. L’aumento consistente dell’utenza di internet – nel 2007 si connetteva abitualmente il 45,3% degli italiani, nel 2015 è il 70,9%, con picchi del 94,7% per i 30-44enni e del 91,9% per i 14-29enni – ha accelerato il travaso di consumatori dai mezzi a stampa ai nuovi media. Ne è sortita una centralità del tutto nuova: quella degli algoritmi personalizzati dei social network e dei motori di ricerca, che elaborano i nostri clic e riscrivono il codice del nostro ambiente mediatico, finendo per condizionare preferenze e scelte future.

Per informarsi, il 51,4% degli italiani spesso interroga Google – quello che Christian Salmon definisce qui il “grande mitografo” del nostro tempo – con punte del 68,7% tra i più giovani. Nella dieta informativa del 43,7% dei nostri concittadini c’è stabilmente Facebook (e la percentuale nelle fasce d’età più giovani tocca il 71,1%). Si tratta di media cui si può accedere in qualsiasi momento, che forniscono in tempo reale notizie aggiornate e corredate da materiale audio e video. Meno esplosive le performance di Twitter, che non sfonda: aveva il 9,6% di utenti nel 2013, oggi è al 10,1%. Colpa del carattere elitario di questo social, dove ci si scambiano informazioni e opinioni, e c’è meno intrattenimento rispetto agli altri concorrenti. Apprezzatissime invece le emittenti televisive all-news: Rai news 24, Tg com 24 e Sky tg 24 spiccherebbero, sostiene il Censis, per “percepita neutralità” ed è a questo, oltre che alla garanzia dell’aggiornamento in real-time, che devono il loro ampio successo di pubblico. Ma a risaltare, nel quadro d’insieme, è soprattutto il fatto che il contatto con la carta si sta facendo sempre più rado. Nel 2006, aveva accesso a internet senza utilizzare la carta il 5,7% degli italiani; oggi la stessa percentuale è molto più alta, al 26,8%. Ed il 50,4% dei nostri concittadini – con punte del 54,1% tra i 14-29enni e del 27,9% tra individui in possesso di diploma o laurea – non ha proprio più l’abitudine di leggere sui mezzi a stampa, siano essi giornali, periodici o libri.

Inizialmente l’accesso a internet coincideva con l’uso del pc. Oggi l’aumento del livello collettivo di connessione al web è reso possibile in particolare dalla crescente diffusione di dispositivi mobili, confermando un’intuizione descritta da Massimo Mantellini ne “La vista da qui”: a contare, nel cambiamento di lungo periodo, è stata e continuerà sempre ad essere la rete come infrastruttura, non il computer, non l’oggetto, non lo strumento. Nel 2009, a possedere uno smartphone era il 15% degli italiani; nel 2015 lo stesso valore è al 52,8%. Il telefono cellulare è di fatto il medium con cui siamo più a contatto durante la giornata. Tra tablet, e-reader e cellulare di nuova generazione, sei italiani su dieci hanno in tasca un device con cui potersi connettere da qualsiasi luogo. Strumenti multifunzionali, maneggevoli, versatili, che proiettano in una dimensione in cui si è sempre connessi, soggetti a stimoli innumerevoli, focalizzati su più mezzi e dimensioni. Scaricare le app ci consente di personalizzare ulteriormente questi media e la nostra “alimentazione”: il 46,8% dei cittadini giovani già oggi si informa attraverso le applicazioni.

Il risultato di tutto questo nuovo, articolato quadro che si va delineando è di natura duplice e molto controversa. Da un lato si rischia di incappare, sempre più spesso, solo ed esclusivamente in news che rispecchino i nostri interessi e la nostra visione del mondo: social network e motori di ricerca tarano i propri algoritmi sui gusti personali, costruendo schermate in cui ci si riconosce e dove lo schema gerarchico delle informazioni è generato direttamente dal pubblico. Per molti del resto a fornire autorevolezza a una fonte è sempre più il passaparola virale, non l’apparato editoriale di provenienza, che anzi nel caso di tg, quotidiani e periodici viene sovente accusato di rappresentare “interessi di parte” e di essere “contiguo col potere”. D’altro lato, sembra andare perdendosi in modo irreversibile l’interesse alla lettura di testi articolati e complessi veicolati attraverso i mezzi a stampa: l’indagine lo definisce press-divide, nuovo parametro da affiancare al già noto digital divide. Ed è un trend che, come abbiamo visto, riguarda anche individui scolarizzati, giacché un utente su tre tra quelli diplomati e laureati non legge mai né libri né periodici.

La seconda grande tendenza di trasformazione descritta nel rapporto del Censis consiste nella cosiddetta “era bio-mediatica”, ovvero nell’affermarsi definitivo del primato dell’io-utente che nella narrazione offerta dai social network non usa i media ma si fa egli stesso medium, condividendo in tempo reale la propria biografia. La terza, che dà il titolo al rapporto, è costituita  invece dalla definitiva affermazione di un ciclo dell’economia della disintermediazione digitale: i media digitali stanno migrando verso funzioni che non hanno a che fare con la comunicazione, ma col compiere azioni. Crescono l’e-commerce, l’home-banking, l’utilizzo di Google maps per trovare una strada, l’accesso a piattaforme di prenotazione per una visita medica. Per i loro acquisti, gli italiani (soprattutto uomini, istruiti, nella fascia d’età 14-44enni) scelgono sempre più spesso E-bay (20,3%) e Amazon (18,5%). Ed il 37,5% degli utenti valuta positivamente il portato della disintermediazione digitale anche nella vita civile del Paese, con riferimento alla pratica sempre più diffusa delle petizioni on-line. La rappresentazione plastica di tutto questo nuovo corso tecnologico è la pratica del selfie: due clic e la foto è on-line, senza bisogno di mediazioni.

Un ragionamento a parte meritano televisione e quotidiani. La prima gode di ottima salute: grazie a streaming, peer-to-peer, Youtube, web tv e mobile tv, questo medium si inserisce appieno nella nuova logica del palinsesto personalizzato, e soprattutto è altamente adattabile ai nuovi device mobili. L’approdo finale di questo processo potrebbe essere l’affermarsi della smart-tv, che offre soluzioni contenutistiche vaste e, attraverso  applicazioni varie ed internet, garantisce ampia multifunzionalità. Quello che forse è destinato a sparire presto è il rito collettivo: tante persone che guardano lo stesso programma televisivo contemporaneamente. Certamente inesorabile, invece, è il declino dei quotidiani cartacei. L’abitudine di leggere i quotidiani a pagamento è ormai appannaggio di due italiani su dieci, e non c’è alcun ricambio generazionale in atto, dato che la grandissima parte dell’utenza è nella fascia d’età più alta. Inoltre, il travaso di lettori alla versione on-line del quotidiano non è stato affatto proporzionale: a consultare i siti delle testate tradizionali è il 23,4% degli italiani, a fronte di un 39,2% che preferisce invece portali di aggregazione delle notizie che non hanno la veste della testata giornalistica classica. Blog, forum e portali informativi insidiano il primato dell’editoria tradizionale poiché soddisfano una domanda crescente di informazione che possa essere percepita come indipendente, libera e dunque maggiormente credibile e affidabile: spinta che proviene non soltanto dagli utenti più giovani ma anche, dice il Censis, dai cinquantenni. Le uniche consolazioni per la grande editoria provengono dalla buona tenuta dei periodici, soprattutto i settimanali, particolarmente apprezzati dal pubblico femminile: il loro fattore di successo è il contenuto, riferito a un ambito tematico ben preciso; i gusti, le aspettative e gli interessi informativi del target sono estremamente chiari alla testata e non soffrono della necessità di essere aggiornati in tempo reale, come accade invece per i quotidiani.

Ed è un peccato che questa propensione all’approfondimento non sia riproducibile in modo più diffuso. “Si scrive e si legge molto più di prima” sostiene il Censis in un passaggio del Rapporto “ma per messaggi brevi, in cui ogni tentativo di approfondimento viene considerato un rallentamento della velocità d’uso del mezzo, e con la tentazione continua di passare alla spiegazione audiovisiva del contenuto (dai tutorial ai commenti video delle notizie nei siti online dei giornali). Il risultato è la progressiva riduzione della capacità di soffermarsi con attenzione sui molteplici risvolti complessi dei fatti”. Già. Viviamo tempi fatti per la velocità, non per la profondità. Ce n’eravamo accorti.