“Un film non è la realtà. Che cos’è un film? Un film è un fantasma, non è la vita”. Manoel De Oliveira è morto a 106 anni nella sua casa di Oporto. Il più grande regista portoghese, tra i più importanti autori del novecento cinematografico, sembrava immortale. È rimasto attivo e lucido fino all’ultimo minuto.

Mai si è sottratto da ultracentenario ai suoi set, come non hai mai dimenticato di partecipare alla presentazione dei suoi film ai festival internazionali che fino al 2014 l’hanno voluto tra i titoli di spicco in concorso. Una carriera iniziata negli anni trenta, poi ripresa a metà anni cinquanta e ancora rilanciata definitivamente sul finire degli anni settanta, de Oliveira ha girato più di 40 film, marcando con grazia e pervicacia uno stile tutto personale fatto di pochi movimenti di macchina e di meticolose riflessioni sul senso della storia e dell’esistenza dell’uomo. Ha vinto un Leone d’argento a Venezia per La divina commedia (1981) e un premio della giuria a Cannes per La lettera (1999), oltre a Leone e Palma d’oro alla carriera rispettivamente nel 2004 e nel 2008. Il suo ultimo cortometraggio, O Velho do Restelo, è stato presentato all’ultimo Festival di Venezia.

De Oliveira era nato a Oporto l’11 dicembre 1908. Dopo gli studi tra i gesuiti in Galizia e tra una corsa e l’altra su auto sportive, si era avvicinato al cinema quando ancora la settima arte aveva mosso sostanzialmente i primi passi tra la forza innovativa di Griffith, l’espressionismo di Murnau e il realismo di Eisenstein. Dopo un paio di particine come attore, nel 1929 con l’amico Manuel Mendes, fotografo dilettante, inizia a riprendere ogni giorno con una piccola cinepresa i lavoratori sulle rive del fiume Douro. Nel 1931 il cortometraggio documentario Douro, Faina Fluvial partecipa ad un festival di Lisbona: snobbato dalla critica locale, registra invece l’entusiasmo di Luigi Pirandello e di diversi critici francesi. L’esito della carriera del maestro di Oporto inizia così e si ripeterà identico per il resto della vita: molta disattenzione in patria, applausi e rispetto all’estero, soprattutto in Francia e in Italia.

Il primo lungometraggio, Aniki Bobò, è del 1942, e racconta con stile semidocumentaristico e attori non professionisti, la quotidianità di un gruppo di bambini sulle rive del fiume Douro. Il film che avrebbe dovuto partecipare al festival di Venezia, non viene chiuso in tempo, ma in molti retrospettivamente valuteranno quell’opera come uno dei primissimi tasselli del neoralismo che si affermerà in Italia. Il corso della vita del cineasta lusitano è però bizzarro, perché De Oliveira prima di girare nuovamente un film attenderà 15 anni durante i quali, tra l’azienda vinicola di famiglia e le ritrosie di fronte al regime di Salazar, vive appartato.

A metà anni ’50 decide di imparare la tecnica del colore alla fabbrica Agfa in Germania: al suo ritorno mette in pratica ciò che ha imparato ne Il pittore e la città, girato ancora nella sua Porto, diventando il primo film a colori del cinema portoghese. Ma la carriera ancora non ingrana: nonostante alcuni documentari e corti bisognerà aspettare gli anni settanta, in parallelo alla caduta del regime salazariano, quando De Oliveira, complice l’incontro con la scrittrice Agustina Bessa-Luis e il produttore Paulo Branco, ricomincia la sua professione di regista rimodellando un cinema apparentemente rallentato e antimoderno, storicizzato e letterario, elegantemente povero e seriamente personale.

Dopo Francisca (1981), gira con una frequenza quasi di un film all’anno. Da ricordare i titoli che gli hanno dato popolarità e gloria internazionale come, tra gli altri: No, o La folle gloria del comando (1990), I misteri del convento (1995) con Catherine Deneuve e John Malkovich; La lettera (1999) con Chiara Mastroianni; Parola e utopia (2000); Ritorno a casa (2001) con Michel Piccoli; Porto della mia infanzia (2001); Il principio dell’incertezza (2002); Un film parlato (2003) con Stefania Sandrelli, Irene Papas e ancora Deneuve e Malcovich; Cristoforo Colombo (2007); Gebo e l’ombra (2012) con Michael Lonsdale e Claudia Cardinale; e l’ultimo film che forse vedrà la luce dopo la sua morte, La Chiesa del diavolo.

“Senza i libri, senza gli storici, senza la memoria non resterebbe alcuna traccia. L’istante è fugace e per lottare contro l’oblio l’uomo ha una specie di bisogno di rifare ciò che lo ha colpito, la volontà di conservare ciò che è degno di nota”, aveva spiegato De Oliveira ad una rivista francese negli anni ottanta. “Anche le rappresentazioni teatrali sono fugaci, come la vita stessa. Invece il cinema apporta un elemento molto importante, la fissazione. Il cinema fissa le cose”.