Il suo ideatore, Stefano Accorsi, l’aveva presentato come un affresco dell’Italia degli anni Novanta, quando esplose – era appunto il 1992, da cui il titolo della serie – il cataclisma di Tangentopoli. Come reduce (giornalistico) di quella stagione ho assistito con interesse e passione alle prime due delle dieci puntate e debbo dire subito che giudico il racconto scorrevole, ben girato dal regista Giuseppe Gagliardi, ma appunto troppo affrescato dalle licenze narrative che gli autori di un’opera destinata alla tv si sono concessi, peraltro annunciandole con onestà nel frontespizio della trasmissione.

Verità storica, cronaca giudiziaria e fiction allo stato puro si mischiano continuamente e a chi non è avvezzo a frequentare la vicenda – dunque lo spettatore medio – può capitare di perdere il filo del racconto. Giusto contestualizzare la vicenda Mani Pulite nel periodo storico – e politico – che attraversò l’Italia, intrecciando l’inchiesta del pool milanese, diretto da Francesco Saverio Borrelli, con le stragi di mafia che eliminarono i giudici Falcone e Borsellino, l’ascesa elettorale della Lega Nord di Umberto Bossi (cui oggi fa da contrappunto la crescita di consensi attorno alla Lega di Salvini), l’incubazione del nuovo partito, Forza Italia, che due anni dopo nascerà dal grembo (e dai quattrini) di Silvio Berlusconi, concepito dal cervello di Marcello Dell’Utri, l’intellettuale siciliano (ex senatore, condannato per contiguità a Cosa Nostra). A tratti però si è esagerato.

La figura chiave dell’inchiesta, il pubblico ministero Antonio Di Pietro (interpretato da Antonio Gerardi), a mio parere esce rimpicciolita, marginalizzata, addirittura collocata in posizione dipendente dall’agente Luca Pastore (l’attore Domenico Diele) raffigurato come il vero motore di Mani Pulite, lo sbirro ispirato che fiuta la pista che conduce al nascondiglio dei soldi veri del socialista Mario Chiesa, i 10 miliardi infrattati in due conti bancari aperti in Svizzera, con i nomi di Fiuggi e Levissima. Non mancano i riferimenti agli snodi reali, la moglie (tradita e separata di Mario Chiesa) infine cede alle insistenze del pm e rivela i nomi dei conti. Ma certi passaggi mi hanno lasciato perplesso.

Gli interrogatori collettivi ci furono ma non nella forma mostrata, con Di Pietro che si aggira tra le scrivanie come il sorvegliante di un carcere. E gli imprenditori, spalla a spalla, che confessano agli ufficiali di polizia giudiziaria di aver pagato tangenti. La figura di Bibi Mainaghi, la figlia dell’industriale che foraggia il mariuolo Chiesa, è un orpello, una concessione stilistica e l’attrice che la interpreta, Tea Falco, risulta insopportabile con quel birignao continuo da ragazzina viziata, oltretutto segnato da un chiaro accento siciliano. Più plausibile (exploit di letto compresi) Veronica Castello (l’attrice Miriam Leone), l’amante del riccone, che lo sfrutta per “diventare come Lorella Cuccarini” e presentare “Domenica In”.

La figura di Leonardo Notti (Stefano Accorsi), il manager-consulente chiamato a risollevare le sorti pericolanti di Publitalia, mi è sembrata troppo carica di effetti. Sebbene quella fosse l’aria che tirava nelle stanze del potere berlusconiano. Declinata la stagione della Milano da bere, dove si era consolidato il sistema tangentizio che Di Pietro definì “dazione ambientale”, occorreva rimodernare il repertorio pubblicitario, riverniciare l’offerta agli inserzionisti. Accorsi-Notti è autore di trovate brillanti, risolutive, che illuminano di gioia Dell’Utri, il quale gli consegna la massima aurea che guiderà la futura Forza Italia: “Dobbiamo salvare la Repubblica delle banane”, ovvero il sistema di intrecci fra politica e affari sul quale si è retto il Paese. Sotto questo aspetto, un messaggio quanto mai attuale e stringente. Sbavature a parte dunque, 1992 opportunamente ci ricorda che l’Italia è il Paese del Gattopardo. Dove qualcosa cambia affinché nulla cambi mai.